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Aggiornamento: 26 giu 2020

Ideata da un gruppo di ricercatori del Weizmann, permette di rilevare in maniera tempestiva uno dei sintomi associati a COVID-19



La perdita del senso dell’olfatto, anche detta anosmia, è un sintomo spesso riscontrato in pazienti COVID-19, infettati dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

In generale, la seconda causa più comune di anosmia è l’infezione da parte di virus delle vie respiratorie superiori; questi parassiti obbligati possono intaccare il senso dell’olfatto in diversi modi, ad esempio inducendo infiammazione locale ed inibendo il rilevamento degli odori.

In alcuni casi il virus potrebbe addirittura danneggiare direttamente le cellule sensoriali nell’epitelio olfattivo, le quali agiscono da chemiocettori e hanno il ruolo di percepire gli odori.


Di fatto, non è ancora noto il meccanismo attraverso cui il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 riesca a causare la perdita dell’olfatto, ma studi preliminari condotti in diversi paesi, tra cui Israele e Regno Unito, mostrano che questo sintomo sia comune in circa il 60% dei pazienti, alcuni dei quali asintomatici. Inoltre, è interessante notare che la perdita dell’olfatto sostenuta dai pazienti COVID-19 non è associata a congestione nasale o a una diminuzione del flusso di aria all’interno delle cavità nasali.

Il test dell'olfatto risulta quindi essere uno strumento utile per identificare persone che potrebbero essere state infettate dal nuovo coronavirus.

È proprio in questa realtà che si inserisce SmellTracker, una piattaforma online che consente il monitoraggio in maniera autonoma del senso dell'olfatto allo scopo di rilevare i primi segnali di COVID-19 o in assenza di altri sintomi.


SmellTracker è stata ideata nel laboratorio di ricerca del professore Noam Sobel presso il Dipartimento di Neurobiologia dell’Istituto Weizmann, in collaborazione con l’Edith Wolfson Medical Center di Holon, Israele. Questa piattaforma si basa su un modello matematico sviluppato dal prof. Sobel che caratterizza accuratamente un “olfactory fingerprint, o impronta digitale olfattiva, unica per ogni individuo.

Il modello dell’“olfactory fingerprint” si basa sul fatto che ogni individuo possiede circa 6 milioni di recettori di 400 tipi diversi nel proprio epitelio olfattivo: il modo in cui queste cellule sono distribuite all’interno del tessuto varia da persona a persona ed è questa caratteristica a rendere il senso dell’olfatto unico per ciascun individuo.


Utilizzando quindi questo algoritmo la piattaforma guida il paziente nella mappatura del proprio senso dell’olfatto con l'aiuto di cinque odori presenti in ogni casa (spezie, aceto, dentifricio, burro di arachidi ed altri).


Il test online dura circa 5 minuti ed è disponibile sul sito internet www.smelltracker.org; gli utenti vengono sottoposti ad un test che si basa sulla selezione di cinque articoli domestici comuni, successivamente valutati in base a delle domande presenti sulla pagina web che permettono di classificare con il passare dei giorni l’intensità delle varie essenze e il modo in cui queste vengono percepite dagli individui. Il questionario viene ripetuto per più giorni al fine di valutare in maniera specifica anche i cambiamenti minimi che avvengono nella percezione degli odori.


È importante sottolineare che il risultato del test non può sostituire in nessun modo una vera diagnosi, si tratta piuttosto di uno strumento utile per esaminare il proprio senso dell’olfatto e può aiutare a fornire prove sulla presenza di sintomi legati all’infezione da SARS-CoV-2.

Il test è già disponibile in inglese, ebraico e arabo e in futuro lo sarà anche in italiano, svedese, francese, giapponese, spagnolo, tedesco e persiano.


Inoltre, gli scienziati ipotizzano l’esistenza di almeno 8 diversi ceppi di SARS-CoV-2 e il professor Sobel ritiene che un elemento discriminante per riconoscere il ceppo di provenienza del virus sia proprio la perdita dell’olfatto: l’anosmia, ad esempio, non è un sintomo comunemente riportato nei casi di pazienti affetti da COVID-19 a Wuhan, la città cinese a cui si attribuisce il primo focolaio dell’epidemia.

Se questa ipotesi fosse dimostrata, SmellTracker potrebbe rivelarsi uno strumento molto utile anche per mappare geograficamente i diversi focolai dell’infezione, contribuendo alla lotta contro il virus.


Nicole Pavoncello

 
 

Aggiornamento: 26 giu 2020

Uno dei temi più discussi in questi ultimi mesi riguarda la situazione che le donne in gravidanza sono portate a gestire ai tempi del COVID-19. È di pochi giorni fa la notizia che la moglie del paziente 1, di Codogno, ha dato alla luce la sua bambina. La piccola Giulia sta bene nonostante la madre fosse risultata COVID-positiva. Ad oggi, rimangono comunque diversi interrogativi, riguardo questo tema, che cercheremo di analizzare insieme nel seguente articolo.


1. Le donne in gravidanza hanno un rischio maggiore di sviluppare il COVID-19?

Sono ancora in corso ricerche per determinare gli impatti del virus su donne incinte. In generale, queste non sembrano avere maggiori probabilità di contrarre il virus rispetto ad altri adulti sani. Inoltre, ad oggi, non ci sono prove che dimostrino che le donne in stato interessante, contagiate, siano più a rischio di gravi complicazioni rispetto a qualsiasi altra persona non incinta. Sintomi più gravi ,come la polmonite, risultano essere più comuni nelle persone anziane ed in quelle con sistema immunitario indebolito.


2. Come ridurre il rischio di contrarre il virus in gravidanza?

Le donne in gravidanza dovrebbero seguire le stesse norme precauzionali per evitare l’infezione da COVID-19 delle altre persone:

  • Lavare le mani frequentemente

  • Rispettare il distanziamento sociale

  • Evitare di toccarsi bocca, naso e occhi

  • Mantenere norme igieniche adeguate (in caso di tosse o starnuto utilizzare un fazzoletto monouso o in alternativa la piega del proprio gomito)


3. Le donne in gravidanza affette da COVID-19 possono trasmettere il virus al feto?

Le ricerche riguardo la trasmissione verticale dell’infezione (trasmissione da madre a bambino prima della nascita o intrapartum) sono ancora poco rappresentative, poiché basate su un numero esiguo di casi.

Uno studio condotto dal Dott.Chen a Wuhan, in Cina su un totale di 9 donne incinte ed infette al terzo trimestre, ha riportato i seguenti risultati: sette di loro avevano febbre ed altri sintomi come tosse, mialgia e mal di gola. Sofferenza fetale è stata riscontrata solo in due casi. I sintomi riportati sono simili a quelli nei pazienti non in gravidanza affetti da COVID-19. Inoltre, il liquido amniotico, il cordone ombelicale, la gola del neonato ed il latte materno sono stati sottoposti a test per SARS-CoV-2, riportando risultati negativi, confermando la non trasmissibilità per via verticale.

Ad oggi, la trasmissione intrauterina madre-figlio continua a non essere documentata su campioni biologici.


4.Una donna in gravidanza con sospetto o confermata infezione da COVID-19 deve necessariamente partorire con taglio cesareo?

Al momento non ci sono prove per ritenere che il parto cesareo sia da prediligere a quello naturale. Devono essere valutate le condizioni della paziente prima di fare la scelta. Tuttavia, se la situazione respiratoria della donna necessita di un parto urgente, potrebbe essere raccomandato un taglio cesareo.

Non è consigliato il parto in acqua, poiché vi sono evidenze della trasmissione del virus per via fecale. Questo porterebbe ad un rischio di contaminazione dell’acqua, causando il passaggio dell’infezione al neonato. Inoltre, potrebbe essere più difficile per il personale sanitario utilizzare adeguati dispositivi di protezione durante il parto.


5.Le donne affette da COVID-19 possono allattare al seno?

La risposta è sì. Le ricerche condotte fino ad ora, provano l’assenza di trasmissibilità del virus attraverso il latte materno. Ulteriore conferma è fornita da una ricerca, citata anche dall’Istituto Superiore di Sanità, intrapresa dallo studioso Li insieme ai suoi colleghi presso la Zhejiang University, Hangzhou, in cui è stata testata l’assenza del virus sia nel colostro, che nel latte al 5°-7° giorno successivo al parto.

La madre positiva che manifesta sintomi lievi dovrà prendere precauzioni per ridurre al minimo il rischio di contagiare il figlio: lavarsi bene le mani e indossare una mascherina chirurgica durante l’allattamento. Le stesse precauzioni devono essere prese nel caso sia necessario il prelievo meccanico del latte.

In caso di madre positiva che invece presenta un quadro sintomatico più grave come ad esempio febbre, mal di gola e/o tosse l’allattamento dovrà essere gestito in modo separato, usando ad esempio un tiralatte, così da non esporre a rischi inutili il neonato.

Infine, da ricordare che la compatibilità dell’allattamento materno con l’utilizzo di farmaci, per la cura del COVID-19, va valutata caso per caso.


Ad oggi, non vi è conferma riguardo la trasmissibilità del virus per via verticale da madre a feto; è comunque importante che le donne in dolce attesa assumano tutte le precauzioni necessarie per non esporsi al contagio, continuando a vivere la gravidanza con serenità.



Giorgia Sasson



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