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  • 8 giu 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 26 giu 2020

Giovane, 18 anni, sano e senza patologie pregresse. Secondo le teorie di contagio, per le quali il virus colpisce più duramente chi ha deficienze immunitarie,età avanzata o patologie pregresse, il Covid-19 lo avrebbe dovuto risparmiare o per lo meno attaccare in modo blando, ma per Francesco non è andata così.


Tutto è iniziato lo scorso 2 marzo, quando il ragazzo presenta sintomi di febbre alta; in 4 giorni la situazione precipita e Francesco, due giorni dopo viene ricoverato in terapia intensiva nella tensostruttura dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Le sue condizioni di salute, sono critiche e giorno dopo giorno la situazione precipita, l’8 marzo il giovane viene intubato. Passano giorni, settimane, il virus vigoroso è ancora presente nel corpo di Francesco, tanto che il 23 marzo i polmoni del 18enne risultano molto compromessi. Il personale medico decide allora di tentare una nuova terapia, il paziente viene collegato alla macchina per l’ECMO (Extra Corporeal Membrane Oxygenation), una tecnica che permette la circolazione extracorporea, utilizzata nei reparti di rianimazione per trattare pazienti con grave insufficienze cardiaca e/o respiratoria acuta grave, potenzialmente reversibile, ma refrattaria al trattamento farmacologico o medico convenzionale.


Questa procedura consiste nell'ossigenazione per membrana extracorporea, permette di far circolare il sangue attraverso un polmone artificiale che ha il compito di depurarlo (eliminando l'anidride carbonica) e rifornendolo di ossigeno. Il sangue poi viene riscaldato e reimmesso nel corpo del paziente, facilitando così il mantenimento a riposo di polmoni e cuore durante il recupero funzionale.


La macchina cuore-polmone sostituisce la funzionalità cardiaca e/o respiratoria, vicariandone la funzione ventilatoria e di pompa. Può essere impiegata utilizzando due tecniche, scelte in base alla direzione del flusso ematico: mentre il prelievo ematico (efflusso) avviene esclusivamente dal circolo venoso, la reinfusione del sangue ossigenato può essere effettuata sia nel circolo arterioso (quindi direttamente in aorta) e in quel caso si parla di ECMO veno-arterioso, o in quello venoso e in quel caso si parla di ECMO veno-venoso.

Schema di funzionamento di una macchina ECMO



Attraverso l’ECMO i medici del San Raffaele sono riusciti a tenere in vita Francesco per ben 58 giorni, il quale ha visto, però, la sua funzione polmonare irrimediabilmente compromessa, ponendo come unica soluzione il trapianto di nuovi polmoni.

"Qui, oltre alle competenze tecniche - racconta il professor Nosotti, direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia toracica all'Università degli Studi di Milano - devo sottolineare la caparbietà e il coraggio dei colleghi del San Raffaele che, invece di arrendersi, ci hanno coinvolto in una soluzione mai tentata prima nel mondo occidentale.”

“Un salto del vuoto” è stato definito dai medici, un approccio mai tentato sino a quel momento, tranne in alcuni rari casi in Cina.


Il delicato intervento per salvare il giovane ha coinvolto un'equipe medica eterogenea, chirurghi toracici, pneumologi, infettivologi, rianimatori che in attesa degli organi da impiantare hanno pianificato ogni minimo particolare, supportati del Prof. Jing-Yu Chen medico dell’ospedale di Wuxi in Cina, che in passato ha sperimentato con successo lo stesso intervento.


L’operazione chirurgica ha avuto una durata di 10 ore, dove alla complessità tecnica si sono aggiunte le precarie condizioni di lavoro, che hanno reso necessario una presenza massiccia del personale medico, ed un elevato turnover: medici, infermieri, specialisti si sono avvicendati per tutta la durata dell’intervento.


Al termine dell’operazione, i polmoni di Francesco vengono descritti come “lignei, estremamente pesanti e in alcune aree del tutto distrutti”; a devastarli non è stato solo il virus, ma anche la risposta immunitaria scatenata da quest’ultimo. Il trapianto ha avuto una buona riuscita, tanto da permettere ai sanitari di scollegare il giovane dalla macchina ECMO. Il 18enne, nella fase post operatoria, è stato trattato mediante il plasma iperimmune, al fine di stabilizzare le sue condizioni di salute.


Dopo 58 giorni collegato all’ECMO, Francesco ha bisogno di una lunga riabilitazione, ma entra a far parte di quella schiera di pazienti, che hanno vinto la loro battaglia contro il coronavirus, guarendo e donando cosi speranza alla Comunità Scientifica Internazionale.



Giorgia Sasson


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  • 18 mag 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 26 giu 2020

Sempre più frequentemente ascoltiamo testimonianze molto toccanti di persone affette dal cancro e per questo motivo abbiamo sviluppato una certa sensibilità riguardo a tali tematiche.

Non a caso, infatti, il cancro è uno degli argomenti maggiormente studiati dagli scienziati. L’obiettivo di tali ricerche oggi è principalmente quello di individuare dei bersagli molecolari che causano il tumore e studiarne così dei modi per poterla bloccare.

Studi recenti hanno individuato uno di questi bersagli molecolari, ovvero una proteina chiamata YAP che normalmente agisce nella regolazione delle dimensioni degli organi ma quando il suo funzionamento viene compromesso può causare l'insorgenza di diversi tumori e, in alcuni casi, la formazione di metastasi.

In questo articolo però ci soffermeremo sull'approfondimento del ruolo rivestito da YAP nel tumore al seno.

In uno studio recente, infatti, adoperando delle tecniche di biologia molecolare e di bioinformatica sono stati individuati i geni accesi da YAP in una forma aggressiva di cancro al seno. Il vantaggio di questa scoperta è che ciascuno di questi geni può essere il bersaglio di una terapia per bloccare la progressione tumorale con il risultato quindi di andare a colpire il tumore in diversi punti, con una maggiore efficacia terapeutica.

Per giunta, una ricerca finanziata da AIRC ha messo in luce come gli ormoni steroidei (ovvero ormoni prodotti con lo scopo di regolare il metabolismo e il funzionamento degli organi) possano stimolare l’azione di YAP. In particolare, questa ricerca si è incentrata sullo studio di una classe di ormoni steroidei noti come glucocorticoidi, di cui fa parte anche il cortisone.

Gli scienziati hanno osservato che questi ormoni accendono YAP inducendo così la formazione del tumore alla mammella, dimostrando che questo potrebbe essere il motivo dell’inefficacia di alcune terapie antitumorali. Pertanto l’obiettivo sarebbe quello di individuare delle sostanze che possano bloccare questi ormoni e che, una volta bloccati, vadano ad inattivare YAP e arrestino in questo modo l’accrescimento del tumore.

Inoltre è stato visto che quando YAP si attiva, può a sua volta attivare dei geni che permettono la conversione delle cellule in cellule tumorali e la loro migrazione al di fuori del tessuto mammario, inducendo, per esempio, le metastasi alle ossa e ai polmoni.

Per questo motivo si sta rivolgendo una grande attenzione a questa proteina, sia per avere un controllo sulla formazione dei tumori, sia per comprendere i meccanismi che possano regolarla e studiare così dei nuovi farmaci che possano essere usati nella terapia antitumorale.

Barbara Taurisano

 
 
  • 13 mag 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 26 giu 2020

Quanti di voi sono amanti del sushi e non tengono assolutamente conto della qualità e provenienza del pesce che si consuma? Quanti invece preparano il tiramisù senza badare al tipo di uova che si utilizza?

Beh, dopo aver letto questo articolo probabilmente queste abitudini alimentari sbagliate cambieranno in men che non si dica!


Uno dei rischi maggiormente diffusi in ambito alimentare è quello di contrarre la Salmonellosi, una tossinfezione alimentare causata dalla “Salmonella”. Si tratta di una malattia infettiva che colpisce l’apparato digerente e può causare infezioni gastrointestinali.


Questa malattia viene trasmessa per via oro-fecale ed infatti, per l’uomo, il rischio di contrarla è associato all'ingestione di alimenti che sono “contaminati”.

Le principali fonti di contaminazione sono rappresentate da alimenti, acqua e animali: se uno di questi viene a contatto con le feci di un animale infetto, può contrarre anch'esso la malattia.

La salmonellosi si manifesta con una serie di sintomi che hanno intensità differente in base ad alcuni fattori, quali, ad esempio, la quantità di microrganismi ingeriti oppure lo stato di salute dell’ospite, e l’infezione può risolversi nel giro di una settimana circa.

Le salmonelle minori provocano solitamente danni a livello dell’apparato gastrointestinale, quali nausea, diarrea, feci verdi miste a muco e, a volte, anche a sangue, crampi addominali ed ulteriori sintomi, con frequenza minore, come vomito, febbre, mal di testa e dolori articolari. Le salmonelle più gravi invece determinano setticemia con conseguente manifestazione anche a livello extra-intestinale.

La patologia può essere diagnosticata attraverso l’esame colturale delle feci e trattata con terapie antibiotiche, generosa idratazione (per contrastare la perdita di liquidi persi attraverso vomito e diarrea), riposo e la somministrazione di fermenti lattici o probiotici per ricostituire una flora batterica ottimale.


Gli alimenti più a rischio, ovvero che derivano da animali infetti, o che sono venuti a contatto con materiale infetto, sono quelli che vengono consumati principalmente crudi: tra questi le uova e derivati (salse o creme a base di uova crude), frutta e verdura che possono essere contaminate durante il taglio, carne, pesci, crostacei e molluschi, oppure prodotti non pastorizzati (es. latte crudo e derivati del latte crudo come il burro).  

La contaminazione di questi cibi può avvenire durante la preparazione, o durante o dopo la cottura.

Le cause più frequenti sono infatti la cottura incompleta o irregolare, l’interruzione della catena del freddo e la manipolazione scorretta degli alimenti.

Gli alimenti contaminati non possono essere assolutamente riconosciuti in quanto non presentano modificazioni fisico-chimiche nella loro composizione, come l'alterazione di colore, sapore odore.


Per poter ridurre al minimo il rischio di contaminazione vengono utilizzati due metodi differenti: la pastorizzazione e l’abbattimento termico. Entrambi questi metodi hanno l’obiettivo di minimizzare la carica batterica presente nell'alimento ed evitare che questo venga contaminato nuovamente.

La pastorizzazione è un metodo che viene utilizzato per il latte e per le uova e ha l’obiettivo di limitare i rischi di contaminazione determinati da microrganismi patogeni potenzialmente presenti negli alimenti. La pastorizzazione uccide la maggior parte dei microrganismi (ad eccezione delle spore, che vengono invece uccise attraverso il processo di sterilizzazione) attraverso il calore preservando però le caratteristiche organolettiche dell’alimento. Le temperature che vengono applicate e il tempo di trattamento variano in base al tipo di alimento trattato, infatti possiamo effettuare una distinzione in pastorizzazione bassa (60-65°C per 30 minuti), alta (75-85°C per 2-3 minuti) e rapida o HTST (75-85°C per 15-20 secondi). Solitamente la pastorizzazione viene seguita dal raffreddamento rapido dell’alimento (precedente al confezionamento), in modo tale da prevenire un'ulteriore ipotetica crescita dei batteri e per aumentarne i tempi di conservazione.

L’abbattimento termico invece è una procedura che utilizza le basse temperature: l’abbattitore di temperatura sottopone l’alimento per almeno 24h (senza interruzione) a -20°C. Questo è un altro metodo che viene usato per garantire la salubrità dell’alimento e la minima contaminazione da parte di batteri eventualmente presenti.


Nonostante tutti i rischi rintracciabili negli alimenti, non preoccupatevi, perché vi sono comunque dei metodi da poter utilizzare per prevenire la salmonellosi, quali: il lavaggio periodico delle mani (soprattutto prima di toccare gli alimenti), la refrigerazione degli alimenti, la separazione delle carni crude da altri alimenti, una cottura completa e alla corretta temperatura, ma soprattutto, evitare il consumo di alimenti (carne, uova, pesce) crudi o poco cotti.

E adesso? Vi ho convinto a cambiare i vostri comportamenti alimentari sbagliati?


Carlotta Sed



 
 
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