top of page

Leggi

Mada Magazine

Unlocking knowledge, empowering curiosity

Scopri i nostri articoli

  • 31 mar 2023
  • Tempo di lettura: 2 min

Il 27 marzo è stata la giornata mondiale della felicità, e avrete forse visto la lista dei "paesi più felici del mondo". A questo proposito, volevamo raccontarvi di un articolo, pubblicato a inizio mese su PNAS, che prova a rispondere ad un'antica quanto ricorrente domanda: ma i soldi, fanno la felicità?


Sembra questa una domanda senza risposta, ma vi stupireste di quanti diversi ricercatori, delle branche più diverse, abbiano provato a dare una risposta (anche provando a trovare via via sempre diversi modi di definire il concetto di felicità). Nell'articolo che vi mostriamo oggi, firmato dal premio nobel Daniel Kahneman, da Matthew A. Killingsworth e Barbara Mellers, gli autori suggeriscono che per la maggior parte delle persone un reddito più elevato sia davvero associato a una maggiore felicità. Però, solo se non siamo, di base, persone scontente. Sì, perché per coloro che, pur finanziariamente benestanti sono però infelici, la presenza di ancora più soldi non li aiuta al raggiungimento della felicità (mentre per gli altri sì).

Questo lavoro nasce in seguito a due altri studi: il primo, di Kahneman e Deaton (altro premio nobel), pubblicato nel 2010, in cui gli autori avevano ipotizzato il plateau di 75.000 dollari come il limite dopo il quale la felicità non dipendeva più dall'aumento della ricchezza. Il secondo, del 2021, di Killingsworth stesso, che aveva smentito il precedente, mostrando che il livello di felicità continuava a dipendere dal reddito anche oltre tale soglia.

Per risolvere l'empasse, Killingsworth e Kahneman hanno deciso quindi di collaborare, e al cospetto dell'arbitro Mellers, trovare un modello matematico che mettesse tutti d'accordo. I tre autori sono giunti quindi a capire alcuni problemi metodologici del lavoro del 2010, concordando però nella bontà del messaggio finale di quell'articolo, nonostante tra i due la "felicità" fosse stata misurata attraverso diverse domande. La conclusione a cui giungono i ricercatori, infatti, è che non per tutti i soldi “fanno la felicità”, ma solo per coloro che sono di base più felici.

Per usare le parole dello stesso Killingsworth, il denaro non sarà il segreto, ma probabilmente può aiutare un po'.


Carlotta Jarach

 
 

Più di 3.000 anni fa un fiore è apparso nei rimedi medicali dell'antico Egitto. Si tratta del papavero, il cui estratto (l’oppio) era già ai tempi rinomato per le sue capacità di indurre piacere ed alleviare il dolore. Sebbene sia in uso da allora, è solo nel XIX secolo che uno dei suoi composti chimici è stato identificato e isolato per uso medico: la morfina.


Dal secolo scorso diverse aziende farmaceutiche hanno immesso in commercio sostanze sintetiche note collettivamente come oppioidi, derivati dagli oppiacei naturali (come la sopracitata morfina, ma anche la codeina, presenti nell’oppio) come antidolorifici. Questi farmaci sono risultati fondamentali e molto efficaci ma non bisogna dimenticare che sono tutti accomunati da un particolare caratteristica: creano una forte dipendenza.


Ed è qui il fulcro dei problemi che si ripercuotono fino ad oggi: nel 1980, una piccola azienda farmaceutica britannica brevettò un antidolorifico , precisamente una pillola di morfina a lento rilascio chiamata MS Contin, impiegata nel trattamento del dolore per pazienti terminali tumorali. Sedici anni dopo, nel 1996, Purdue Pharma lanciò il successore della pillola MS Contin, OxyContin, suggerendo ai medici che poteva essere usato per curare mal di schiena, dolore al ginocchio e altri disturbi comuni. Il farmaco conteneva ossicodone, un oppioide più potente della morfina.

L’aspetto scandaloso fu che Richard Sackler, presidente della farmaceutica, contribuì a convincere la Food and Drug Administration (FDA), l’ente americano adibito a decidere se un farmaco ha regolarmente passato l’iter per l’immissione in commercio, ad approvare OxyContin sulla falsa premessa che creasse meno dipendenza rispetto ad altri oppioidi da prescrizione. La FDA lo definirà in seguito uno dei più "grandi errori della medicina moderna": la legittimazione degli oppioidi.

In quegli anni le aziende farmaceutiche hanno iniziato a commercializzare in modo spropositato antidolorifici oppioidi, minimizzando attivamente il loro potenziale di dipendenza sia per la comunità medica che per il pubblico. Il numero di prescrizioni di antidolorifici oppioidi salì alle stelle, così come i casi di dipendenza da oppioidi, l'inizio di una crisi che continua ancora oggi. Il fenomeno, definito come una vera e propria epidemia di overdose da oppioidi e dipendenza è una tragedia americana che si è diffusa in tutta la nazione causando circa 600.000 morti negli ultimi venti anni.


Perché gli oppioidi creano così tanta dipendenza?


Per poterlo capire è importante tracciare l'effetto continuativo di queste sostanze sul corpo umano dalla prima dose a ciò che accade a lungo termine quando se ne interrompe l'uso .

Ciascuno di questi farmaci ha una chimica leggermente diversa, ma tutti agiscono legandosi ai recettori degli oppioidi nel cervello. In condizioni fisiologiche, nell'attenuazione dei segnali dolorifici entrano in gioco le endorfine, dei neurotrasmettitori prodotti dal nostro corpo che si legano a questi specifici recettori. I farmaci oppioidi, rispetto alle endorfine, si legano in modo molto più saldo e duraturo, potendo quindi gestire un dolore molto più intenso.

Quando il farmaco si lega ai recettori degli oppioidi, si innesca il rilascio di dopamina, che è legata a sensazioni di piacere e può essere responsabile del senso di euforia che caratterizza il consumo di oppiacei. Allo stesso tempo, gli oppioidi sopprimono il rilascio di noradrenalina, che influenza la veglia, la respirazione, la digestione e la pressione sanguigna.





Nel tempo, il corpo inizia a sviluppare una tolleranza agli oppioidi, causata dalla diminuzione del numero di recettori o dal fatto che i recettori possono diventare meno reattivi. Per poter ottenere nuovamente l’effetto psicotropo mediato dal rilascio di dopamina, le persone devono assumere dosi sempre maggiori, un ciclo che porta alla dipendenza fisica e psicologica.

Assumendo dosi sempre più alte, i livelli di noradrenalina diventano sempre più bassi, al punto che, pur di non intaccare le funzioni vitali di base, il corpo compensa aumentando il numero di recettori. Questa maggiore sensibilità permette al corpo di rilevare quantità molto più piccole di noradrenalina, consentendo all’organismo di continuare a funzionare normalmente, ma allo stesso tempo creando dipendenza dagli oppioidi per mantenere il nuovo equilibrio.


Cosa succede quando smettiamo?


Quando qualcuno, fisicamente dipendente dagli oppioidi, smette bruscamente di assumerli, quell'equilibrio è rotto. I livelli di noradrenalina possono aumentare entro un giorno dalla cessazione dell'uso di oppioidi, ma il corpo impiega molto più tempo per liberarsi di tutti i recettori extra della noradrenalina che ha prodotto. Ciò significa che c'è un periodo di tempo in cui il corpo è troppo sensibile alla noradrenalina.

Questa ipersensibilità provoca sintomi di astinenza, inclusi dolori muscolari, mal di stomaco, febbre e vomito. Sebbene temporanea, l'astinenza da oppiacei può essere incredibilmente debilitante. Nei casi peggiori questa dipendenza può sfociare in una vera e propria malattia che può durare giorni o addirittura settimane. Le persone che soffrono di dipendenza e che cercano di disintossicarsi, spesso tornano a farne uso per evitare i sintomi dell’astinenza. Tuttavia, tornare a usare oppioidi in un secondo momento può portare a sovradosaggio, perché quella che sarebbe stata una dose standard quando la tolleranza era alta, successivamente può rivelarsi letale.


Dal 1980, le morti accidentali per overdose da oppioidi sono cresciute in modo esponenziale negli Stati Uniti, e anche le dipendenze da oppioidi sono esplose in tutto il mondo. Un grande numero di persone era diventato dipendente dall’Oxycontin dopo essere stato pubblicizzato aggressivamente come farmaco che non dava problemi di dipendenza. Purdue Pharma è stata accusata di aver cercato di trarre profitto curando disagi che lei stessa aveva contribuito a creare in maniera determinante. I Sackler, proprietari di Purdue, hanno continuato a vendere proficuamente OxyContin (4,3 miliardi di dollari proventi tra il 2008 e il 2016), anche dopo un caso nel 2007 in cui Purdue si è riconosciuta colpevole dell'accusa federale di marketing ingannevole e ha patteggiato una multa di 600 milioni di dollari.

L'impero alla fine è crollato. Purdue ha dichiarato bancarotta nel settembre del 2019: la società ha dovuto pagare intorno ai 10 miliardi di dollari e la famiglia Sackler è stata costretta a cedere il controllo della società. Nonostante ciò, gli Stati Uniti e il mondo intero stanno ancora subendo le conseguenze di questa drammatica epidemia: tuttora vengono concentrati sforzi immensi per arginare l'abuso di oppioidi, che uccide quasi 50.000 americani ogni anno per overdose.


Debra Barki



 
 
  • 30 mar 2022
  • Tempo di lettura: 2 min




Gladys West (27 ottobre 1930, Sutherland)


Gladys West è una matematica statunitense conosciuta per aver contribuito allo sviluppo del sistema Global Positioning System (GPS).



Nasce e cresce nella Virginia rurale e da bambina nel tempo libero aiuta la famiglia in un’azienda agricola. Nonostante il futuro di molte donne nere in quell’epoca fosse destinato ad essere legato alle piantagioni, il grande talento di Gladys West le permise di scombinare le carte: alla fine del liceo riceve infatti una borsa di studio per il Virginia State College, una storica Università per persone nere, dove si laurea in Matematica nel 1952. Successivamente, dopo aver insegnato matematica in diverse scuole, nel 1955 ottiene un Master nello stesso campo e nella stessa Università.

Nel 1956 la svolta: viene assunta dall' U.S. Naval Proving Ground, un laboratorio militare con sede in Virginia. Presto le vengono assegnati importanti progetti: nel 1978 viene nominata responsabile di Seasat, un satellite costruito per monitorare diverse condizioni e caratteristiche oceanografiche. Proprio da questo progetto nasce GEOSAT, un satellite programmato per creare modelli computerizzati della superficie terrestre. Questi calcoli hanno permesso di determinare un modello per la forma esatta della Terra, chiamato geoide. È proprio questo progetto che ha messo le basi per lo sviluppo del sistema GPS.

La scienziata West ha dato un contribuito importante alla scienza ed è fondamentale sottolineare che questo non sia stato attribuito subito sia a causa della sua etnia che del suo sesso. Solo nel 2018, all'età di 88 anni, Gladys West è stata formalmente riconosciuta per il suo contributo allo sviluppo del GPS dall'Assemblea Generale della Virginia. Nello stesso anno è stata anche inserita nell'Air Force Space and Missile Pioneers Hall of Fame. Per tutte queste ragioni siamo orgogliose di inserire Gladys West nella nostra rubrica #DonneNellaScienza!

 
 
bottom of page