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  • 28 lug 2020
  • Tempo di lettura: 5 min

“Se salgo in ascensore mi vengono gli attacchi di panico”. “Ho avuto un attacco di panico”. “In questo periodo sono nervosissimo/a per il lavoro tanto che la sera mi vengono addirittura gli attacchi di panico”.

Spesso sentiamo da amici o conoscenti frasi di questo tipo, che fanno tutte riferimento ad un disturbo particolare, ovvero il disturbo da attacchi di panico, che tuttavia è spesso poco conosciuto, pertanto abusato o utilizzato erroneamente. In questo articolo cercheremo di capire cosa è un attacco di panico (e distinguerlo quindi da ciò che attacco di panico non è), perché colpisce alcune persone e come si può curare.


Attacco di panico

Per “attacco di panico” si intende una crisi di angoscia che si manifesta acutamente, senza alcun motivo apparente, sotto forma di una sensazione di minaccia profonda per l’integrità fisica e psichica della persona, vissuta con un senso di totale impotenza e accompagnata da sintomi fisici quali; tachicardia, palpitazioni, giramenti di testa, vertigini, senso di fame d’aria, formicolii, nausea, vomito, secchezza della bocca, ronzii alle orecchie e appannamento della vista.

Per essere definito tale, un attacco di panico deve avvenire senza un motivo apparente, senza una causa evidente che lo scateni. Pertanto, la crisi d’ansia che assale i claustrofobici quando prendono l’ascensore o si ritrovano in un luogo chiuso non è un vero e proprio attacco di panico, ma è piuttosto una sensazione di paura intensa che può avere caratteristiche simili dal punto di vista psichico - fisico ad un attacco di panico vero e proprio. Anche la sensazione di ansia che ci assale, per esempio, in un momento di particolare stress lavorativo, quando abbiamo magari una scadenza ravvicinata per un progetto da consegnare al capo, o mentre prepariamo un esame all’università e pensiamo all’esame stesso, sebbene possa essere molto simile per la sua presentazione clinica, non rappresenta un vero e proprio attacco di panico come spesso si tende erroneamente a definire.


Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), affinché si possa diagnosticare il disturbo da attacchi di panico sono necessari almeno due attacchi di panico separati nel tempo.

Spesso l’attacco di panico si accompagna ad un intenso malessere al pensiero di rivivere nuovamente quelle sensazioni spiacevoli, soprattutto in pubblico, e questo può far si che si verifichino due fenomeni collaterali, ovvero:

  • l’agorafobia, ovvero la paura degli spazi aperti;

  • l’ansia anticipatoria, ovvero una sensazione di ansia costante e pervasiva dovuta al timore che l’attacco di panico possa presentarsi nuovamente.


Quindi l’attacco di panico, per quanto agli occhi di una persona inesperta possa essere molto simile ad una reazione fobica, si distingue da quest’ultima per la presenza o meno dell’oggetto fobico: la crisi di paura riconosce sempre la presenza dell’oggetto che l’ha scatenata (il luogo chiuso per i claustrofobici, il pensiero dell’esame per lo studente in sessione d’esame, l’altezza per chi soffre di vertigini…), nell’attacco di panico l’oggetto che scatena la crisi è assente, o per meglio dire non visibile alla coscienza.


Quindi, se non è causato da un “oggetto” visibile, da cosa è causato l’attacco di panico?

Per provare a rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da un presupposto fondamentale: il disturbo da attacchi di panico ha sempre un’origine psicologica. Gli attacchi di panico, infatti, nonostante si manifestino con dei sintomi fisici, anche molto intensi, sono un disturbo la cui causa va ricercata all’interno di problematiche psicologiche irrisolte, nascoste alla coscienza e “depositate” nell’inconscio. L’inconscio è quella componente della vita psichica che non raggiunge la coscienza, ma che opera dentro ciascun individuo senza che questo stesso ne sia consapevole.

Il fatto che ognuno di noi, durante il giorno, pensa, agisce e si relaziona con le altre persone in maniera differente da tutti gli altri, è la diretta conseguenza del fatto che le nostre esperienze relazionali, soprattutto quelle che avvengono durante l’infanzia, ci portano a strutturare un pensiero non cosciente che ci guida poi in tutte le nostre future scelte, amicizie, amori e interessi.

Ora, se le esperienze relazionali ed affettive della prima infanzia sono sufficientemente “buone”, si sviluppa un inconscio sano, che per quanto differente per ciascuno, permette di vivere una vita affettiva soddisfacente. Ma che succede nel caso in cui invece qualcosa andasse storto, e durante l’infanzia si dovessero vivere esperienze relazionali traumatiche o non sufficientemente appaganti per il bambino? Potrebbe succedere, appunto, che questi conflitti si vadano a nascondere in questo contenitore chiamato inconscio e, senza che il soggetto capisca il perché, diano luogo a vari disturbi psicologici, come la depressione, le fobie, il disturbo ossessivo compulsivo e, per l’appunto, gli attacchi di panico.

Per questo gli attacchi di panico devono essere letti come un modo che ha l’inconscio di comunicare, di rendere cosciente, il fatto che nella vita di quella persona che ne soffre qualcosa non sta andando come dovrebbe, qualcosa che riguarda le relazioni, le ambizioni e il pensiero di questa stessa persona.

Insomma, gli attacchi di panico non sono altro che un sistema che la mente ha trovato per comunicare, attraverso il corpo.


Quale è la cura?

“Ma quindi, se soffro di attacchi di panico, cosa posso fare per stare meglio?”

Il trattamento degli attacchi di panico può avvalersi di terapie farmacologiche di supporto ma la vera e propria terapia definitiva, per le origini psicologiche del disturbo stesso, non può essere altro che la psicoterapia.

Esistono vari orientamenti psicoterapeutici, e non tutti sono adatti a ogni tipo di paziente. Bisognerebbe sempre cercare di trovare l’approccio più indicato per la persona che chiede aiuto, ma una psicoterapia che sia finalizzata alla risoluzione dei conflitti alla base del disturbo stesso (ovvero la psicoterapia psicodinamica) è quella che, a lungo termine, consente i migliori risultati.

Questo perché la psicoterapia permette, attraverso un rapporto terapeutico, di “riscrivere” le fondamenta della vita psichica inconscia e correggere quello che non andava, per ristabilire un modalità di pensiero e di relazione più vicino possibile alla sanità.

Tuttavia spesso questo disturbo è molto invalidante, per questo è corretto tentare, qualora gli attacchi siano molto forti e frequenti, di aiutare il paziente anche con un supporto farmacologico.

Il trattamento in acuto degli attacchi di panico, ovvero nel momento in cui l’attacco di panico si manifesta (con tutti i sintomi prima elencati), si avvale soprattutto di farmaci ansiolitici appartenenti alla classe delle benzodiazepine. Sono da preferirsi le benzodiazepine ad azione breve-intermedia, come l’Alprazolam (Xanax®), il Lorazepam (Tavor®) o il Bromazepam (Lexotan®).

Tuttavia questa classe di farmaci, pur riducendo l’intensità e la durata dell’attacco di panico, non sono curativi, e per le caratteristiche farmacologiche di queste stesse molecole non possono essere assunti per periodi più lunghi di qualche settimana.

Quando però la frequenza degli attacchi è molto elevata, è giusto pensare ad un supporto farmacologico a lungo termine che riduca la frequenza degli attacchi e che consenta il recupero di uno stile di vita accettabile, nell’attesa che la psicoterapia faccia effetto. Questi farmaci sono generalmente appartenenti alla classe degli SSRI (Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina), come la Paroxetina, la Sertalina, la Mirtazapina, il Citalopram o l’Escitalopram. Ovviamente per assumere questi farmaci è necessaria la prescrizione di un medico (l’unica figura professionale autorizzata a fare prescrizioni farmacologiche), mentre la psicoterapia può essere effettuata sia da un medico specialista in disturbi psichici, ovvero lo Psichiatra, sia da uno psicologo abilitato all’esercizio della psicoterapia.


Quindi il disturbo da attacchi di panico è un disturbo non solo curabile, ma anche guaribile. L’idea di doverci convivere, sebbene abbastanza diffusa e passivamente accettata da chi soffre di questo disturbo, è un’idea sbagliata. Gli strumenti terapeutici a disposizione sono tanti e molto variegati, ma la cosa più importante, per chi si trova ad affrontare questa situazione, è parlarne con il proprio medico di fiducia che saprà consigliare la terapia più adatta ed eventualmente indirizzare ad un medico specialista, ovvero lo psichiatra, per intraprendere il percorso di cura migliore possibile.




Federica Di Segni


 
 
  • 20 lug 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

La luce solare è un buon alleato per la nostra salute, infatti è risaputo che l’esposizione al sole fa bene al corpo e alla mente. In particolare, è stato evidenziato che il sole:


  1. E’ un antistress naturale: la luce solare potenzia la produzione di serotonina (il cosiddetto ormone della felicità) e favorisce quindi il buonumore.

  2. Concilia il sonno: L'esposizione al sole durante il giorno, incentiverebbe la naturale produzione di melatonina, cioè un ormone che regola i cicli sonno-veglia.

  3. Migliora lo stato della pelle: promuove infatti la guarigione di alcune dermatiti e psoriasi. Nell'ambito di questa malattia della pelle, per cui non è ancora stata trovata una soluzione definitiva, la fototerapia viene praticata da anni con successo.

  4. E’ un alleato delle ossa e non solo: la luce solare stimola, infatti, la produzione di vitamina D che consente la produzione del calcio essenziale per le ossa, allontanandone il rischio di insorgenza di osteoporosi e sclerosi multipla.

  5. E’ un importante elemento di prevenzione di alcune patologie come rachitismo, osteoporosi e cancro. Frank e Cedric Garland, appartenenti all'Università della California, hanno dimostrato importanti connessioni fra la carenza di vitamina D e il cancro, dopo aver scoperto che l'incidenza di tumore al colon risulta tre volte superiore alla media nella città di New York rispetto al Messico. Uno studio condotto su 1179 donne in menopausa ha dimostrato che alti livelli di vitamina D fanno scendere al 60% il rischio di sviluppare il cancro, in particolare a colon e seno.

Ma che cos’è la vitamina D?

La vitamina D è una vitamina liposolubile, che viene accumulata nel fegato e rilasciata nel corpo a piccole dosi, quando necessario. E’ possibile assumerla attraverso l’alimentazione, favorendo l’assunzione di cibi come il pesce e il tuorlo d’uovo; tuttavia la principale sorgente di Vitamina D per il nostro organismo è la luce solare che ne favorisce l’attivazione. Questa reazione quindi è favorita dai raggi UV della luce solare e avviene a livello della pelle. La vitamina D è un regolatore del metabolismo del calcio e per questo è utile per la crescita dello scheletro, per il rimodellamento osseo e per prevenire la sua degenerazione con l'età avanzata. Inoltre svolge anche una funzione nella riduzione dell’infiammazione. Questo elemento, così essenziale, è stato scoperto con la ricerca della sostanza mancante nell’alimentazione di bambini affetti da rachitismo, per tale motivo oggi vengono prescritti integratori di vitamina D per trattare o prevenire l'osteomalacia, il rachitismo e l'osteoporosi.


Vitamina D e cancro.

Alcuni studi, nello specifico, hanno evidenziato come la vitamina D abbia un ruolo in tutto il processo di tumorigenesi (dalle fasi iniziali fino alla metastatizzazione). Nello specifico è stato ipotizzato che la vitamina D:

  • può prevenire la trasformazione delle cellule sane in malate (poichè ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie);

  • aumenta l’espressione di geni che riparano i danni al DNA;

  • può indurre la cellula tumorale alla morte.

Vitamina D e COVID19.

Inoltre, l’Istituto Superiore di Sanità il 21 maggio 2020 ha affermato che: Il mantenimento di livelli normali di vitamina D non solo gioca un ruolo nel ridurre i rischi di infezioni acute a livello delle vie respiratorie ma potrebbe essere importante per il trattamento di due sintomi tipici del Covid-19, ovvero la perdita dell’olfatto e del gusto.” Infatti attualmente sono in corso degli studi il cui fine è quello di valutare l’utilità di un’integrazione di Vitamina D in pazienti Covid-19.


Attenzione a non esagerare!

In conclusione, questo articolo ha voluto brevemente mettere in luce tutti i benefici rivestiti dalla vitamina D, di cui la sorgente principale è il sole, come abbiamo detto all’inizio. E’ quindi chiaro quanto sia importante dedicare un po’ del nostro tempo quotidiano all’esposizione al sole, facendo ad esempio una breve passeggiata all’aria aperta, ma attenzione a non esagerare! Bisogna tener ben presente che un'esposizione ai raggi UV non controllata può avere effetti controproducenti sul nostro organismo, se non dannosi.

Dobbiamo quindi prestare un’attenta protezione prima di esporci alla luce del sole. Bisogna ricordarsi che è fondamentale:

  • non esporsi al sole nelle ore più calde della giornata;

  • non esporre bambini e neonati ai raggi diretti del sole;

  • proteggersi indossando un cappello, una maglietta e degli occhiali da sole;

  • applicare la protezione solare in quantità sufficiente subito prima di esporsi al sole; riapplicarla generosamente e frequentemente soprattutto dopo aver fatto il bagno, aver sudato o essersi asciugati.



Barbara Taurisano

 
 

Aggiornamento: 6 ott 2020

“L’appetito vien mangiando” è un detto conosciuto da tutti e che gli studi hanno dimostrato essere veritiero.

Quanti di voi davanti ad un ricco buffet, pur non avendo fame, si sono ritrovati a mangiare più del normale? L’appetito è infatti regolato da due meccanismi complementari, quello omeostatico (abbiamo fame quando siamo in deficit calorico) e quello edonico, che è coordinato dai circuiti cerebrali della gratificazione e coinvolge la dopamina e il sistema endocannabinoide; in poche parole, mangiamo perché ci piace ciò che vediamo.


Il sistema endocannabinoide regola molteplici funzioni fisiologiche, tra cui, l’assunzione di cibo, il controllo del bilancio energetico, la modulazione della risposta infiammatoria ed immunitaria, e la coordinazione della risposta allo stress.

Gli endocannabinoidi sono dei messaggeri chimici di natura lipidica, prodotti dal nostro corpo che legano i recettori cannabinoidi, gli stessi con cui interagiscono i fitocannabinoidi , famiglia di composti chimici presenti nella Cannabis, tra cui il THC .


In condizioni normali il sistema si attiva per riequilibrare il nostro organismo. Ad esempio, se si salta un pasto, questa macchina si mette in moto generando gli stimoli della fame, con lo scopo di contrastare lo stress creato dal digiuno, riportando il nostro corpo in una condizione di regolarità. Quando però si sviluppano delle cattive abitudini alimentari, il comportamento di questo sistema viene alterato. Infatti, il ripetuto consumo di cibi gradevoli al palato (il più delle volte grassi e calorici) porta ad un senso di gratificazione molto alto dovuto ad un aumento dei livelli degli endocannabinoidi, rafforzando ancora di più il desiderio di mangiare anche se sazi (iperfagia).

La continua attivazione del sistema endocannabinoide si ripercuote in un malfunzionamento dell’ipotalamo, area del cervello in cui vengono controllati gli stimoli di fame e sazietà, determinando una serie di conseguenze patologiche come l’iperfagia a livello cerebrale, ed un aumento della capacità di assorbimento dei grassi da parte delle cellule adipose, fattori che contribuiscono alla formazione e il mantenimento dello stato di obesità.


L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale. Secondo l’OMS nel mondo circa 1.9 milioni di adulti sono sovrappeso e 600 milioni sono obesi.

L’obesità è un importante fattore di rischio per diverse malattie croniche, tra cui il diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari, artrosi, problemi genito-urinari (irregolarità del ciclo mestruale o incontinenza da stress) e lo sviluppo di alcuni tipi di tumore. Oltre alle conseguenze a livello fisico e metabolico, l’obesità è anche legata allo sviluppo di disturbi psichici, come la depressione che in questi pazienti può risultare in un isolamento sociale o una scarsa conformità al trattamento farmacologico, aumentando la morbidità e mortalità delle malattie ad essa correlate.

L’OMS definisce in sovrappeso quelle persone che hanno l’indice di massa corporea (IMC) uguale o superiore a 25 kg/m² fino a 29.99 kg/m², mentre si è in condizioni di obesità se l’IMC è superiore a 30 kg/m².


Parallelamente ad una classificazione quantitativa (eccesso di massa grassa), l’obesità può essere distinta in due forme in base alla distribuzione del grasso corporeo:

l’obesità viscerale o “a mela”, caratterizzata da una maggiore distribuzione del grasso nella regione addominale, e l’obesità ginoide, detta anche obesità “a pera”, in cui il grasso si distribuisce prevalentemente nella zona sotto-ombelicale dell'addome e a livello delle cosce.


In molti pazienti affetti da obesità viscerale è stata osservata un’iperattività del sistema endocannabinoide ed un aumento nell’espressione dei recettori ad esso associati (CB1 e CB2). Per questo motivo, molti studi hanno focalizzato l’attenzione nell’usare questo sistema come target farmacologico nel trattamento dell’obesità.

Nel 2006 è stato commercializzato in Europa il rimonabant, primo farmaco antiobesità antagonista dei recettori cannabinoidi CB1. Tuttavia, nonostante fosse estremamente efficace nel ridurre il peso corporeo, il farmaco è stato ritirato dal commercio nel 2008 in quanto, agendo anche a livello centrale, ha portato all’insorgenza di problemi cardiovascolari e psichiatrici. Ad oggi, diversi gruppi di ricerca stanno cercando di sviluppare dei farmaci che siano degli inibitori periferici dei recettori cannabinoidi, ossia che non agiscano a livello cerebrale.


Recenti studi hanno inoltre evidenziato una correlazione tra un aumento dell’assunzione di acidi grassi omega-6 nella dieta e l’insorgenza dell’obesità. Questi acidi grassi sono coinvolti nella sintesi degli endocannabinoidi e si trovano in grandi quantità nella dieta occidentale (ricca di grassi e zuccheri).

Una ricerca condotta negli Stati Uniti ha evidenziato la stretta correlazione tra la dieta occidentale e l’aumento dei recettori cannabinoidi nell’intestino. I topi esposti ad una dieta ricca di lipidi e zuccheri hanno mostrato già dopo 60 giorni un aumento dei livelli degli endocannabinoidi nell’intestino tenue e nella circolazione sanguigna.

L’assunzione di acidi grassi omega-3 invece, si è rivelata essere utile per invertire la disregolazione del sistema endocannabinoide indotta da una cattiva dieta. Quindi una persona obesa o in sovrappeso dovrebbe diminuire il consumo di omega-6 e aumentare quello di omega-3.


Malgrado i notevoli passi avanti fatti in questo campo, ad oggi non esiste un rimedio farmacologico esente da effetti collaterali gravi per il trattamento dell’obesità. Ma, la combinazione di una terapia farmacologica e un cambiamento nel proprio stile di vita (educazione alimentare, dieta equilibrata ed attività fisica) hanno portato a risultati efficaci e duraturi nel tempo.



Sharon Spizzichino


 
 
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