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Aggiornamento: 26 giu 2020

Quante volte pubblicità, spam, avvisi indesiderati di integratori, a base completamente naturale e con risultati quasi miracolosi, hanno disturbato la tua navigazione sul web? Quanti integratori promettenti perdita di peso immediata, riduzione del colesterolo, aumento della concentrazione e miglioramento delle prestazioni fisiche o sessuali? Ma soprattutto quanti hanno ceduto, nell’acquistarli, persuasi da un astuto blogger che li sponsorizzava o da claims pubblicitari particolarmente ingannevoli? D’altronde, perdere 5 kg in 10 giorni, sarebbe meraviglioso.

Purtroppo, non sempre gli integratori che troviamo in farmacia, consigliati dal proprio medico curante, sono gli stessi integratori che troviamo nei vari mercati online, nelle palestre, body building shop, sexy shop o canali non autorizzati.

Attraverso questo breve articolo cercherò di spiegare il corretto ruolo degli integratori alimentari e come negli ultimi anni la loro contraffazione, e il mercato che c’è dietro, abbia sempre più preso piede nuocendo la salute pubblica.

Cosa sono gli integratori alimentari?

Un integratore, dal punto di vista normativo, non è un farmaco, ma un alimento. Questo significa che non può contenere sostanze farmacologicamente attive ma solo vitamine, minerali, enzimi e altre sostanze specificate dalla normativa europea e registrate in un apposito elenco.

Molti integratori si presentano sottoforma di capsule, compresse, caramelle gommose, polveri, fialoidi e simili. Hanno effetto “fisiologico” e non curativo, prerogativa esclusiva dei farmaci, perché sono ideati e proposti per favorire nell’organismo il regolare svolgimento di specifiche funzioni, il mantenimento di determinati parametri funzionali o per ridurre i fattori di rischio di alcune malattie (Ministero della Salute - Integratori alimentari e Linee guida ministeriali (LGM)).

Essendo sostanze alimentari, gli integratori non richiedono prescrizione medica ma possono comunque dare effetti collaterali e presentare svariate controindicazioni.

Ultimamente si è sentito molto parlare del richiamo di alcuni integratori alimentari a base di curcuma in seguito alla segnalazione di casi di epatite non infettiva. Questi episodi sono probabilmente da attribuire all’assunzione dell’integratore in dosaggi troppo elevati o a particolari condizioni di suscettibilità individuali. Sebbene gli integratori in generale non abbiano particolari controindicazioni su soggetti sani, nei soggetti malati potrebbero essere controindicati in concomitanza con l’assunzione di altri medicinali. Le proprietà benefiche delle curcuma non sono messe in discussione: i suoi effetti sono ampiamente dimostrati in letteratura scientifica. Questi casi mostrano invece quanto sia importante utilizzare gli integratori con estrema cautela.

Il loro abuso spesso è facilitato dal fatto che gli integratori sono venduti liberamente e commercializzati da farmacie, parafarmacie, erboristerie, supermercati e naturalmente anche online, senza l’obbligo di prescrizione medica.

Gli iter di approvazione e autorizzazione all’immissione in commercio degli integratori sono molto più sbrigativi e snelli rispetto a quelli richiesti per un medicinale vero e proprio. Infatti per l’immissione in commercio di un medicinale, nel migliore dei casi, ci vogliono circa 10 anni poiché devono rispondere a requisiti di qualità, sicurezza ed efficacia. Gli integratori invece, in quanto prodotti alimentari, hanno una normativa meno restrittiva, subordinata solamente alla procedura di notifica dell’etichetta al Ministero della Salute. Gli integratori alimentari che superano tale procedura di verifica sono inclusi in un Registro con uno specifico codice che può essere riportato in etichetta.

Esistono integratori contraffatti? Perché?

Negli ultimi anni il mercato della contraffazione si è allargato dai soli medicinali ad altri prodotti di interesse sanitario quali gli integratori alimentari, i dispositivi medici e i cosmetici.

In particolare, sulla base dei risultati del progetto europeo ASKLEPIOS, il fenomeno della contraffazione degli integratori alimentari, presentati come prodotti naturali, ma addizionati di sostanze non ammesse e/o principi attivi farmaceutici, è in continua crescita e rappresenta un problema emergente che minaccia la salute pubblica. La prima conseguenza è infatti l’aumento delle segnalazioni di reazioni avverse, relative al consumo di integratori non autorizzati/illegali o sub-standard, osservate su pazienti e consumatori. Ad esempio, nel giugno 2019, è stato segnalato sul mercato nazionale un integratore alimentare contenente sostanze ad attività farmacologica non consentita: le analisi di laboratorio hanno rilevato la presenza di Sildenafil (Viagra), Tadalafil ed altri principi attivi farmaceutici utilizzati per la disfunzione erettile, dunque non consentiti come ingredienti per integratori alimentari. L’integratore, denominato “Passion & Pleasure”, prodotto in Cina dalla ditta Sichuan Wellong Pharmaceutical co. Ltd, risultava essere venduto anche online.

L’aggiunta fraudolenta di principi attivi farmaceutici o loro analoghi in integratori alimentari si è diffusa nel tempo, con l’obbiettivo di far ottenere ai consumatori i risultati desiderati e, quindi, di incentivarne l’acquisto; questa rappresenta un’attività estremamente vantaggiosa per la criminalità organizzata, poiché genera enormi guadagni.

La severa regolamentazione europea relativa ai medicinali e l’inasprimento delle sanzioni per il reato di falsificazione dei medicinali, hanno spinto la criminalità organizzata a dedicarsi con maggior vigore alla commercializzazione degli integratori alimentari contraffatti. Questi infatti hanno un basso costo di produzione e possono essere venduti sul mercato liberamente, generando nelle casse dell’organizzazioni criminali considerevoli profitti. Ad oggi, si stima che circa il 50% degli italiani e il 30% degli europei faccia uso di integratori alimentari; in particolare, gli integratori per il controllo del peso e quelli per il potenziamento sessuale sono molto utilizzati anche dai giovani.

Le categorie di integratori a maggior rischio di contraffazione sono integratori energizzanti, utilizzati allo scopo di aumentare le performance atletiche, integratori nootropi per migliorare le prestazioni nello studio o nel lavoro ed integratori dimagranti brucia grassi.

I corrispondenti farmaci con le stesse “indicazioni” sono per lo più acquistabili solo dietro presentazione di prescrizione medica ed è questo spesso il motivo che spinge pazienti e consumatori a rivolgere l’attenzione ad integratori alimentari sedicenti “naturali” in cui, in realtà, a volte si nasconde un reale rischio per la salute in quanto contengono al loro interno sostanze anoressizzanti, dopanti e altro, non dichiarate.

Come distinguere l’autentico dal contraffatto?

Sebbene questo risulti già esser difficile agli enti di contrasto e task force anti contraffazione, è possibile autonomamente limitare la possibilità di cadere nel tranello:

1. Verifica l’autenticità del prodotto consultando il Registro degli integratori notificati direttamente dal portale web del Ministero della Salute: la ricerca può essere eseguita per prodotto o per impresa produttrice.

2. Fai attenzione all’etichetta. L’etichetta deve obbligatoriamente riportare i seguenti elementi:

a) Il nome delle categorie di sostanze nutritive o delle altre sostanze che caratterizzano il prodotto o una indicazione relativa alla natura di tali sostanze;

b) La dose raccomandata per l’assunzione giornaliera;

c) Un’avvertenza a non eccedere le dosi raccomandate per l’assunzione giornaliera;

d) L’indicazione che gli integratori non vanno intesi come sostituti di una dieta variata;

e) L’indicazione che i prodotti devono essere tenuti fuori dalla portata dei bambini al di sotto dei tre anni di età;

f) L’effetto nutritivo o fisiologico attribuito al prodotto sulla base dei suoi costituenti in modo idoneo a orientare correttamente le scelte dei consumatori. (DIRETTIVA 2002/46/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 10 giugno 2002 per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative agli integratori alimentari)

3. Per essere sicuri di star acquistando integratori alimentari tramite farmacie online autorizzate, basterà verificare la presenza, su ogni pagina dedicata alla vendita di medicinali, di un logo che ne certifica la conformità. Cliccando su di esso si raggiunge il sito web del Ministero della Salute dove è possibile verificare se il venditore online è registrato nell'elenco di quelli autorizzati.



Logo comune per le farmacie on-line autorizzate.





Micaela Sasson



 
 

Aggiornamento: 26 giu 2020

In questo momento di crisi ed emergenza sanitaria l’unica cosa che potrà mettere fine alla pandemia sarà la somministrazione di un vaccino a tutta la popolazione mondiale. I dubbi che ci tormentano a riguardo sono ancora molti: quando verrà sviluppato un vaccino per il Covid-19? Perché ancora non è pronto? Quanto tempo ci vuole?

Per rispondere a tutti questi quesiti c’è bisogno innanzitutto di fare un po’ di chiarezza dal punto di vista scientifico. Grazie all’invenzione della “Reverse Vaccinology” oggi i tempi per la creazione di un vaccino sono diminuiti notevolmente rispetto al passato. In condizioni normali, ovvero in assenza di un’urgente esigenza medica che mobiliti ingenti risorse pubbliche e private, sono necessari circa 7-10 anni per preparare un nuovo vaccino partendo da zero ed immetterlo in commercio. Nel nostro caso, anche investendo grandi quantità di denaro, ci vorrebbe comunque almeno 1 anno, con un po’ di ottimismo. Lo sviluppo di un vaccino è un processo senza dubbio molto lungo, preciso ed elaborato che deve partire dalla conoscenza dell’agente infettivo in questione e dalle sue modalità di interazione con l’organismo umano. È facile intuire che nel caso di un nuovo virus, come il SARS-CoV-2, di cui ancora rimangono oscuri molti aspetti, tutto il processo sia un po’ più complesso. Solo dopo aver acquisito infatti una chiara consapevolezza delle caratteristiche del virus, è possibile effettuare degli studi sperimentali necessari a stabilire quale sia la composizione qualitativa e quantitativa ideale per lo sviluppo del vaccino. Questo lavoro di analisi molto complesso viene comunemente chiamato “Studio Preclinico” e può durare molti anni.


Come funziona lo studio pre-clinico di un vaccino?

I vaccini di nuova generazione sono composti da proteine batteriche o virali, detti antigeni, ottenute attraverso raffinate tecniche di purificazione. Ma come si fa a capire quale antigene può andar bene per la formulazione di un vaccino contro un nuovo virus? La risposta più logica è quella di partire dal genoma: un complesso e particolare algoritmo analizzerà l’intera sequenza genica del virus e identificherà gli antigeni che, rispondendo a determinati criteri di selezione, possono rientrare nella categoria di candidati vaccinali. I candidati verranno poi testati in modelli animali ed il siero immune di questi ultimi verrà analizzato per valutare l’efficacia della risposta immunitaria ottenuta nei confronti di quella specifica proteina virale. Una volta identificato uno o più candidati vaccinali si passa alla formulazione, ovvero la mescolanza dell’antigene con componenti farmaceutiche aggiuntive che ne consentono un assorbimento ottimale da parte del nostro organismo e ne aumentano l’efficacia. Il concetto di formulazione è strettamente legato alla via di somministrazione; un vaccino somministrato per via intramuscolare avrà una formulazione diversa rispetto ad un vaccino somministrato per via orale. Ultimata questa fase, viene costruita dunque una forma del vaccino molto simile a quella che potrebbe essere utilizzata nella pratica quotidiana e la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia protettiva del preparato vengono studiate a questo punto nell’uomo.


Si passa così al secondo step: “la fase clinica”.

Questa viene a sua volta suddivisa in tre fasi obbligatorie che coinvolgono un numero di volontari sempre maggiori ed ogni fase viene ovviamente controllata e approvata da comitati etici ed altri enti specializzati. Ogni fase può avere una durata che va dai 6 mesi a 4 anni.


  1. Fase uno: partecipano alla sperimentazione piccoli gruppi di volontari sani e questa fase ha l’obiettivo di confermare la sicurezza del preparato, e valutarne i possibili effetti collaterali.

  2. Fase due: partecipano sempre più volontari ed è necessaria per confermare la sicurezza e la tollerabilità del vaccino dimostrando la capacità di indurre una buona risposta immunitaria nell’uomo.

  3. Fase tre: partecipa un numero elevato di volontari e si stabilisce con più sicurezza l’efficacia del vaccino e frequenza con cui si manifestano eventuali reazioni avverse.


Terminate e superate con esito positivo le numerose fasi di sperimentazione, il vaccino ottiene, da parte di agenzie regolatorie nazionali (Agenzia Italiana del Farmaco - AIFA) ed internazionali (Agenzia Europea per i Medicinali - EMA), l’autorizzazione all’utilizzo e all’immissione in commercio. Ovviamente tutti gli studi effettuati durante lo sviluppo di un vaccino devono rispondere agli standard internazionali di etica e qualità scientifica previsti dalle norme di buona pratica clinica, codificate a livello globale (Good Clinical Practice, GCP). Dopo l’autorizzazione si entra quindi nell’ultima fase, la Fase quattro, detta anche di Farmacovigilanza, durante la quale il vaccino verrà costantemente studiato e monitorato nelle sue reali condizioni d’uso, per rilevare effetti collaterali o altri problemi che possono essere sfuggiti precedentemente. Ovviamente, la messa in commercio di un vaccino prevede che questo venga prodotto in larga scala e venga somministrato, in questo caso, a tutta la popolazione mondiale. Viene quindi spontaneo immaginare che anche questo richiederà lungo tempo sia da un punto di vista produttivo che da un chiaro punto di vista economico.


In presenza di una pandemia la situazione cambia completamente; i tempi devono essere drasticamente ridotti per far fronte all’emergenza in corso ed è necessaria una collaborazione a livello globale sia delle comunità scientifiche, per facilitare l’identificazione dei candidati vaccinali, che tra aziende farmaceutiche per la veloce produzione in larga scala. Buone notizie arrivano l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale comunica che sono circa 70 i potenziali vaccini attualmente in sperimentazione in tutto il mondo.


Chiariti questi complessi aspetti e questo preciso protocollo di produzione, continuiamo a sperare fiduciosi nello sviluppo di un vaccino per il Covid-19 ma sicuramente rimanendo consapevoli che i tempi non saranno brevi. Mentre aspettiamo dunque il vaccino, per fermare la pandemia dobbiamo continuare a seguire le misure di contenimento raccomandate dalle autorità. I virus, infatti, non si trasmettono da soli: dipendono da noi per replicarsi e dalle nostre interazioni sociali per trasmettersi da individuo a individuo. Ecco perché con le nostre scelte individuali possiamo davvero cambiare la storia di questa pandemia.



Giorgia Calò

 
 

Aggiornamento: 8 mar 2021

Ad oggi è ancora troppo presto per parlare dell’esistenza di un vaccino per prevenire la malattia o di farmaci specifici per trattare COVID-19. Seppur non esista ancora un farmaco ad hoc, esistono possibilità di farmaci a uso compassionevole, dove molecole già approvate per curare altre malattie vengono ora proposte con un uso diverso (nel gergo si dice “off-label”) e si prova a valutare la loro efficacia sul nuovo Coronavirus. Vediamo ora insieme tre esempi.

  • Remdesivir o RDV: è un farmaco con attività antivirale che inibisce la replicazione del virus attraverso l'interruzione prematura della trascrizione dell’RNA. Creato in origine dalla compagnia Gilead Sciences per il virus Ebola, ha dimostrato un'attività antivirale con buona efficacia sia in vitro (su cellule coltivate in laboratorio) che in vivo (in modelli animali) contro diversi virus strutturalmente simili al SARS-CoV-2, quali quello della SARS e quello della MERS.

  • Idrossiclorochina e Clorochina: sono due farmaci indicati sia nel trattamento della malaria che di alcune patologie autoimmuni, tra cui lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide e porfiria cutanea tarda, dove sono oggi frequentemente impiegati. La loro azione terapeutica si basa su diversi effetti farmacologici che vanno dal blocco della replicazione del virus, alla modulazione dell’eccessiva risposta immunitaria responsabile dell’infiammazione del tessuto polmonare, che rende difficili gli scambi di ossigeno. Poiché l’uso terapeutico dell’idrossiclorochina sta entrando nella pratica clinica sulla base di evidenze incomplete, è urgente uno studio randomizzato che ne valuti l’efficacia clinica.

  • Tocilizumab: è un anticorpo monoclonale che blocca l’azione dell’interleuchina 6 (IL-6), una molecola che svolge un ruolo fondamentale nell'attivazione dei processi infiammatori. È un farmaco indicato per il trattamento dell'artrite reumatoide grave e della poliartrite idiopatica giovanile. Come descrive la Società Italiana di Farmacologia, il suo impiego nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 si basa sullo spegnimento di quella che viene chiamata “tempesta citochinica”, causata dall’eccessiva risposta immunitaria che il nostro organismo produce nei confronti del virus, che, a lungo termine, provoca danno e fibrosi del tessuto polmonare. Quindi la sua azione non ha attività sul virus di per sé, ma può aiutare a migliorare il quadro clinico del paziente agendo su quelle che potrebbero essere le complicazioni dell’infezione. In Italia, è stato avviato uno studio che ha lo scopo di valutarne l’efficacia in pazienti con polmonite e primi segni di insufficienza respiratoria o intubati nelle ultime 24 ore. La pandemia ha concentrato gli sforzi della ricerca sul virus SARS-CoV-2, tuttavia è bene ricordare che l’urgenza di trovare una soluzione per prevenire (attraverso vaccino) e curare questa malattia non deve andare a discapito della sicurezza. Servirà ancora tempo per avere risultati affidabili e definitivi.


Charlotte Eman

 
 
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