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Aggiornamento: 8 mar 2021

Ad oggi è ancora troppo presto per parlare dell’esistenza di un vaccino per prevenire la malattia o di farmaci specifici per trattare COVID-19. Seppur non esista ancora un farmaco ad hoc, esistono possibilità di farmaci a uso compassionevole, dove molecole già approvate per curare altre malattie vengono ora proposte con un uso diverso (nel gergo si dice “off-label”) e si prova a valutare la loro efficacia sul nuovo Coronavirus. Vediamo ora insieme tre esempi.

  • Remdesivir o RDV: è un farmaco con attività antivirale che inibisce la replicazione del virus attraverso l'interruzione prematura della trascrizione dell’RNA. Creato in origine dalla compagnia Gilead Sciences per il virus Ebola, ha dimostrato un'attività antivirale con buona efficacia sia in vitro (su cellule coltivate in laboratorio) che in vivo (in modelli animali) contro diversi virus strutturalmente simili al SARS-CoV-2, quali quello della SARS e quello della MERS.

  • Idrossiclorochina e Clorochina: sono due farmaci indicati sia nel trattamento della malaria che di alcune patologie autoimmuni, tra cui lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide e porfiria cutanea tarda, dove sono oggi frequentemente impiegati. La loro azione terapeutica si basa su diversi effetti farmacologici che vanno dal blocco della replicazione del virus, alla modulazione dell’eccessiva risposta immunitaria responsabile dell’infiammazione del tessuto polmonare, che rende difficili gli scambi di ossigeno. Poiché l’uso terapeutico dell’idrossiclorochina sta entrando nella pratica clinica sulla base di evidenze incomplete, è urgente uno studio randomizzato che ne valuti l’efficacia clinica.

  • Tocilizumab: è un anticorpo monoclonale che blocca l’azione dell’interleuchina 6 (IL-6), una molecola che svolge un ruolo fondamentale nell'attivazione dei processi infiammatori. È un farmaco indicato per il trattamento dell'artrite reumatoide grave e della poliartrite idiopatica giovanile. Come descrive la Società Italiana di Farmacologia, il suo impiego nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 si basa sullo spegnimento di quella che viene chiamata “tempesta citochinica”, causata dall’eccessiva risposta immunitaria che il nostro organismo produce nei confronti del virus, che, a lungo termine, provoca danno e fibrosi del tessuto polmonare. Quindi la sua azione non ha attività sul virus di per sé, ma può aiutare a migliorare il quadro clinico del paziente agendo su quelle che potrebbero essere le complicazioni dell’infezione. In Italia, è stato avviato uno studio che ha lo scopo di valutarne l’efficacia in pazienti con polmonite e primi segni di insufficienza respiratoria o intubati nelle ultime 24 ore. La pandemia ha concentrato gli sforzi della ricerca sul virus SARS-CoV-2, tuttavia è bene ricordare che l’urgenza di trovare una soluzione per prevenire (attraverso vaccino) e curare questa malattia non deve andare a discapito della sicurezza. Servirà ancora tempo per avere risultati affidabili e definitivi.


Charlotte Eman

 
 
  • 26 mar 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 8 mar 2021

Come per l’Italia e la maggior parte del mondo, anche Israele è stata recentemente colpita dal virus SARS-CoV-2 e come prima misura di attacco utilizza l’innovazione. Parliamo della messa a punto di un approccio statistico che permetterà alle autorità competenti di monitorare, identificare e prevedere le zone di diffusione del coronavirus sul territorio israeliano. Un progetto che ha attirato un notevole interesse internazionale, avviato e sviluppato da scienziati del Weizmann Institute of Science in collaborazione con ricercatori dell'Università Ebraica di Gerusalemme e Clalit Health Services, ed in coordinamento con il Ministero della Salute.


Questo metodo consiste nell’inviare all’intera popolazione israeliana un semplice questionario riguardo al proprio stato di salute e localizzazione, che dovrà essere compilato individualmente ed in forma anonima. L’enorme numero di dati ricavati verrà suddiviso per aree geografiche e successivamente raccolto ed elaborato da un algoritmo che restituirà un mappatura dettagliata della zona di interesse in base alla frequenza dei sintomi simili alla COVID-19. Come affermato dagli ideatori di questo progetto, l’approccio dei questionari non intende rimpiazzare il classico metodo diagnostico del virus, ma piuttosto verrà utilizzato per ottenere un’identificazione precoce delle zone più a rischio di contagio (vedi foto sottostante), consentendo alle autorità di concentrare gli sforzi su aree in cui sarà previsto un focolaio.


Il progetto pilota, lanciato circa una settimana fa ha già ricevuto una notevole risposta pubblica, con circa 60.000 israeliani che hanno aderito all’iniziativa. Attualmente anche altri paesi, tra cui Stati Uniti, Spagna, Germania, Italia e Gran Bretagna, stanno iniziando a valutare l’applicazione di questo metodo per far fronte all’emergenza globale in corso.

Un’altra originale innovazione è stata promossa la scorsa domenica dal Ministero della Salute che ha annunciato il lancio di una nuova App per aiutare a prevenire la diffusione del Coronavirus. Attivando la localizzazione del nostro telefono, l’applicazione, chiamata Hamagen (dall’ebraico “Lo Scudo”), è in grado di rivelare se un utente si è trovato nelle immediate vicinanze di chiunque fosse stato diagnosticato positivo al virus, seguendo i dettagli forniti dal paziente infetto al Ministero della salute riguardo ai suoi spostamenti a partire dai 14 giorni di incubazione del virus all’entrata in quarantena.


Mappatura dei sintomi associati alla COVID-19 rilevati nell’area di Gush Dan suddivisa in regioni, ognuna delle quali è colorata secondo una specifica categoria sintomi segnalati in quella città o quartiere. Verde - basso tasso di sintomi, rosso - alto tasso di sintomi.




Hamagen – applicazione nazionale per combattere il virus Corona




Miriam Sonnino


 
 
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