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Aggiornamento: 8 mar 2021

Alzi la mano chi, in queste settimane, si è posto questa domanda. Ogni giorno leggiamo i numeri più disparati, e cercare di dare un senso a tutte le informazioni risulta molto difficile, anche per i più esperti. La speranza che ci accomuna è quella di voler porre la parola fine a questa emergenza; ma una risposta sicura e univoca esiste?

Risposta breve:

No, non sappiamo con certezza quando tutto questo finirà.


Risposta lunga:

Sono anni che le organizzazioni scientifiche e gli esperti di politiche sanitarie avvisavano circa la nostra impreparazione a far fronte ad una nuova pandemia. Era, per altro, per molti, solo una questione di tempo perché tale pandemia scoppiasse; a fine 2019 una simulazione dello stesso Dipartimento di Salute statunitense con il nome in codice “Crimson Contagion” aveva immaginato un’influenza pandemica, originata proprio in Cina, che avrebbe portato ad oltre 500.000 morti. E sempre a fine 2019, il JHCHS, Centro di ricerca di Sicurezza Sanitaria della nota Johns Hopkins, aveva ospitato “Event 201”, analisi circa un simulato focolaio epidemico causato proprio da un coronavirus. Il risultato? L’esercizio aveva predetto la morte di oltre 65 milioni di persone.


Nessun complotto all’orizzonte: nessuno ci ha tenuto nascosto COVID-19, gli USA non l’hanno creato per qualche strana ragione, né tantomeno la stima della Johns Hopkins deve portare a pensare che in questa nostra emergenza moriranno in così tanti. Il messaggio principale è però che la pandemia era prevedibile, e tuttavia non l’abbiamo prevista. Così come non abbiamo adottato le corrette misure per tempo, né c’è stata una corretta informazione, mediatica e istituzionale. Possiamo però predire la fine?


Le previsioni dipendono dalla qualità dei dati e dalle assunzioni nei singoli modelli statistici

Le previsioni sull’infezione e sul bilancio delle vittime si basano sul campione e pertanto sulla qualità dei dati disponibili. Da un punto di vista metodologico, regna l’incertezza circa troppe variabili: su quelle esogene, ovvero le politiche restrittive messe in atto, che si differenziano di paese in paese, su quelle relative al processo, ovvero come vengono contati i morti e gli infetti, anche queste diverse tra paesi, e su alcune variabili epidemiologiche più generali, circa la diffusione del virus per esempio. Per questo vediamo ogni giorno diversi scenari, chi ci dice che per Pasqua possiamo tornare alla tranquillità, chi è alla disperata ricerca del giorno X per il famigerato “picco”. Perché dipende da quali assunzioni facciamo nei singoli modelli statistici, e dalle semplificazioni in essere di volta in volta.


Se dal punto di vista psicologico e sociale voler trovare una data certa è comprensibile, i modelli e le stime di questi giorni che si basano ognuno su assunzioni a priori diverse non possono dare certezze. Molti dei modelli di previsione si basano per esempio sulla pandemia del 2009 (l’ultima prima di COVID-19), che però era un sottotipo di virus influenzale: siamo sicuri che il nuovo coronavirus si comporti in modo analogo? E ancora, altri modelli prevedono di livellare le strategie di contenimento presupponendo che ognuna di esse abbia la stessa forza nel ridurre il contagio, oppure si fanno paragoni con quanto accaduto in Cina. Senza contare che i dati stessi, su cui i modelli si basano, sono in primis oggetto di dubbio. Per una serie di ragioni, alcune delle quali indipendenti dalla nostra volontà, mentre altre legate alla metodologia non corretta adottata soprattutto nelle prime fasi, i numeri che vediamo ogni giorno aggiornati dalla Protezione Civile sono poco utili. Incompleti, non aderenti, parziali, non uniformi e incostanti, i dati disponibili devono essere presi talmente tanto con le pinze, che noi di Mada abbiamo deciso di non fornire aggiornamenti quotidiani né periodici sull’andamento del contagio, quanto invece contribuire a raccontare la diffusione al di là dei numeri.


In definitiva, quando finirà?


Le previsioni, seppur parziali, sono molto utili per pianificare strategie e interventi, ma rimangono poco interessanti per il cittadino comune, che rischia di aggrapparsi fiducioso ad una data, con l’alto rischio di vedere le proprie speranze disattese. Ci sono molte incognite e ad ora non ci sono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Questo però non deve demoralizzarci, più di quanto non lo siamo già, vista la situazione, né farci prendere dallo sconforto: indipendentemente dalla data di fine epidemia, dobbiamo tenere bene a mente che il ritorno alla normalità dovrà essere graduale, per non vanificare gli sforzi di queste settimane.



Carlotta Jarach

 
 

Aggiornamento: 8 mar 2021

Ad oggi è ancora troppo presto per parlare dell’esistenza di un vaccino per prevenire la malattia o di farmaci specifici per trattare COVID-19. Seppur non esista ancora un farmaco ad hoc, esistono possibilità di farmaci a uso compassionevole, dove molecole già approvate per curare altre malattie vengono ora proposte con un uso diverso (nel gergo si dice “off-label”) e si prova a valutare la loro efficacia sul nuovo Coronavirus. Vediamo ora insieme tre esempi.

  • Remdesivir o RDV: è un farmaco con attività antivirale che inibisce la replicazione del virus attraverso l'interruzione prematura della trascrizione dell’RNA. Creato in origine dalla compagnia Gilead Sciences per il virus Ebola, ha dimostrato un'attività antivirale con buona efficacia sia in vitro (su cellule coltivate in laboratorio) che in vivo (in modelli animali) contro diversi virus strutturalmente simili al SARS-CoV-2, quali quello della SARS e quello della MERS.

  • Idrossiclorochina e Clorochina: sono due farmaci indicati sia nel trattamento della malaria che di alcune patologie autoimmuni, tra cui lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide e porfiria cutanea tarda, dove sono oggi frequentemente impiegati. La loro azione terapeutica si basa su diversi effetti farmacologici che vanno dal blocco della replicazione del virus, alla modulazione dell’eccessiva risposta immunitaria responsabile dell’infiammazione del tessuto polmonare, che rende difficili gli scambi di ossigeno. Poiché l’uso terapeutico dell’idrossiclorochina sta entrando nella pratica clinica sulla base di evidenze incomplete, è urgente uno studio randomizzato che ne valuti l’efficacia clinica.

  • Tocilizumab: è un anticorpo monoclonale che blocca l’azione dell’interleuchina 6 (IL-6), una molecola che svolge un ruolo fondamentale nell'attivazione dei processi infiammatori. È un farmaco indicato per il trattamento dell'artrite reumatoide grave e della poliartrite idiopatica giovanile. Come descrive la Società Italiana di Farmacologia, il suo impiego nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 si basa sullo spegnimento di quella che viene chiamata “tempesta citochinica”, causata dall’eccessiva risposta immunitaria che il nostro organismo produce nei confronti del virus, che, a lungo termine, provoca danno e fibrosi del tessuto polmonare. Quindi la sua azione non ha attività sul virus di per sé, ma può aiutare a migliorare il quadro clinico del paziente agendo su quelle che potrebbero essere le complicazioni dell’infezione. In Italia, è stato avviato uno studio che ha lo scopo di valutarne l’efficacia in pazienti con polmonite e primi segni di insufficienza respiratoria o intubati nelle ultime 24 ore. La pandemia ha concentrato gli sforzi della ricerca sul virus SARS-CoV-2, tuttavia è bene ricordare che l’urgenza di trovare una soluzione per prevenire (attraverso vaccino) e curare questa malattia non deve andare a discapito della sicurezza. Servirà ancora tempo per avere risultati affidabili e definitivi.


Charlotte Eman

 
 
  • 26 mar 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 8 mar 2021

Come per l’Italia e la maggior parte del mondo, anche Israele è stata recentemente colpita dal virus SARS-CoV-2 e come prima misura di attacco utilizza l’innovazione. Parliamo della messa a punto di un approccio statistico che permetterà alle autorità competenti di monitorare, identificare e prevedere le zone di diffusione del coronavirus sul territorio israeliano. Un progetto che ha attirato un notevole interesse internazionale, avviato e sviluppato da scienziati del Weizmann Institute of Science in collaborazione con ricercatori dell'Università Ebraica di Gerusalemme e Clalit Health Services, ed in coordinamento con il Ministero della Salute.


Questo metodo consiste nell’inviare all’intera popolazione israeliana un semplice questionario riguardo al proprio stato di salute e localizzazione, che dovrà essere compilato individualmente ed in forma anonima. L’enorme numero di dati ricavati verrà suddiviso per aree geografiche e successivamente raccolto ed elaborato da un algoritmo che restituirà un mappatura dettagliata della zona di interesse in base alla frequenza dei sintomi simili alla COVID-19. Come affermato dagli ideatori di questo progetto, l’approccio dei questionari non intende rimpiazzare il classico metodo diagnostico del virus, ma piuttosto verrà utilizzato per ottenere un’identificazione precoce delle zone più a rischio di contagio (vedi foto sottostante), consentendo alle autorità di concentrare gli sforzi su aree in cui sarà previsto un focolaio.


Il progetto pilota, lanciato circa una settimana fa ha già ricevuto una notevole risposta pubblica, con circa 60.000 israeliani che hanno aderito all’iniziativa. Attualmente anche altri paesi, tra cui Stati Uniti, Spagna, Germania, Italia e Gran Bretagna, stanno iniziando a valutare l’applicazione di questo metodo per far fronte all’emergenza globale in corso.

Un’altra originale innovazione è stata promossa la scorsa domenica dal Ministero della Salute che ha annunciato il lancio di una nuova App per aiutare a prevenire la diffusione del Coronavirus. Attivando la localizzazione del nostro telefono, l’applicazione, chiamata Hamagen (dall’ebraico “Lo Scudo”), è in grado di rivelare se un utente si è trovato nelle immediate vicinanze di chiunque fosse stato diagnosticato positivo al virus, seguendo i dettagli forniti dal paziente infetto al Ministero della salute riguardo ai suoi spostamenti a partire dai 14 giorni di incubazione del virus all’entrata in quarantena.


Mappatura dei sintomi associati alla COVID-19 rilevati nell’area di Gush Dan suddivisa in regioni, ognuna delle quali è colorata secondo una specifica categoria sintomi segnalati in quella città o quartiere. Verde - basso tasso di sintomi, rosso - alto tasso di sintomi.




Hamagen – applicazione nazionale per combattere il virus Corona




Miriam Sonnino


 
 
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