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Più di 3.000 anni fa un fiore è apparso nei rimedi medicali dell'antico Egitto. Si tratta del papavero, il cui estratto (l’oppio) era già ai tempi rinomato per le sue capacità di indurre piacere ed alleviare il dolore. Sebbene sia in uso da allora, è solo nel XIX secolo che uno dei suoi composti chimici è stato identificato e isolato per uso medico: la morfina.


Dal secolo scorso diverse aziende farmaceutiche hanno immesso in commercio sostanze sintetiche note collettivamente come oppioidi, derivati dagli oppiacei naturali (come la sopracitata morfina, ma anche la codeina, presenti nell’oppio) come antidolorifici. Questi farmaci sono risultati fondamentali e molto efficaci ma non bisogna dimenticare che sono tutti accomunati da un particolare caratteristica: creano una forte dipendenza.


Ed è qui il fulcro dei problemi che si ripercuotono fino ad oggi: nel 1980, una piccola azienda farmaceutica britannica brevettò un antidolorifico , precisamente una pillola di morfina a lento rilascio chiamata MS Contin, impiegata nel trattamento del dolore per pazienti terminali tumorali. Sedici anni dopo, nel 1996, Purdue Pharma lanciò il successore della pillola MS Contin, OxyContin, suggerendo ai medici che poteva essere usato per curare mal di schiena, dolore al ginocchio e altri disturbi comuni. Il farmaco conteneva ossicodone, un oppioide più potente della morfina.

L’aspetto scandaloso fu che Richard Sackler, presidente della farmaceutica, contribuì a convincere la Food and Drug Administration (FDA), l’ente americano adibito a decidere se un farmaco ha regolarmente passato l’iter per l’immissione in commercio, ad approvare OxyContin sulla falsa premessa che creasse meno dipendenza rispetto ad altri oppioidi da prescrizione. La FDA lo definirà in seguito uno dei più "grandi errori della medicina moderna": la legittimazione degli oppioidi.

In quegli anni le aziende farmaceutiche hanno iniziato a commercializzare in modo spropositato antidolorifici oppioidi, minimizzando attivamente il loro potenziale di dipendenza sia per la comunità medica che per il pubblico. Il numero di prescrizioni di antidolorifici oppioidi salì alle stelle, così come i casi di dipendenza da oppioidi, l'inizio di una crisi che continua ancora oggi. Il fenomeno, definito come una vera e propria epidemia di overdose da oppioidi e dipendenza è una tragedia americana che si è diffusa in tutta la nazione causando circa 600.000 morti negli ultimi venti anni.


Perché gli oppioidi creano così tanta dipendenza?


Per poterlo capire è importante tracciare l'effetto continuativo di queste sostanze sul corpo umano dalla prima dose a ciò che accade a lungo termine quando se ne interrompe l'uso .

Ciascuno di questi farmaci ha una chimica leggermente diversa, ma tutti agiscono legandosi ai recettori degli oppioidi nel cervello. In condizioni fisiologiche, nell'attenuazione dei segnali dolorifici entrano in gioco le endorfine, dei neurotrasmettitori prodotti dal nostro corpo che si legano a questi specifici recettori. I farmaci oppioidi, rispetto alle endorfine, si legano in modo molto più saldo e duraturo, potendo quindi gestire un dolore molto più intenso.

Quando il farmaco si lega ai recettori degli oppioidi, si innesca il rilascio di dopamina, che è legata a sensazioni di piacere e può essere responsabile del senso di euforia che caratterizza il consumo di oppiacei. Allo stesso tempo, gli oppioidi sopprimono il rilascio di noradrenalina, che influenza la veglia, la respirazione, la digestione e la pressione sanguigna.





Nel tempo, il corpo inizia a sviluppare una tolleranza agli oppioidi, causata dalla diminuzione del numero di recettori o dal fatto che i recettori possono diventare meno reattivi. Per poter ottenere nuovamente l’effetto psicotropo mediato dal rilascio di dopamina, le persone devono assumere dosi sempre maggiori, un ciclo che porta alla dipendenza fisica e psicologica.

Assumendo dosi sempre più alte, i livelli di noradrenalina diventano sempre più bassi, al punto che, pur di non intaccare le funzioni vitali di base, il corpo compensa aumentando il numero di recettori. Questa maggiore sensibilità permette al corpo di rilevare quantità molto più piccole di noradrenalina, consentendo all’organismo di continuare a funzionare normalmente, ma allo stesso tempo creando dipendenza dagli oppioidi per mantenere il nuovo equilibrio.


Cosa succede quando smettiamo?


Quando qualcuno, fisicamente dipendente dagli oppioidi, smette bruscamente di assumerli, quell'equilibrio è rotto. I livelli di noradrenalina possono aumentare entro un giorno dalla cessazione dell'uso di oppioidi, ma il corpo impiega molto più tempo per liberarsi di tutti i recettori extra della noradrenalina che ha prodotto. Ciò significa che c'è un periodo di tempo in cui il corpo è troppo sensibile alla noradrenalina.

Questa ipersensibilità provoca sintomi di astinenza, inclusi dolori muscolari, mal di stomaco, febbre e vomito. Sebbene temporanea, l'astinenza da oppiacei può essere incredibilmente debilitante. Nei casi peggiori questa dipendenza può sfociare in una vera e propria malattia che può durare giorni o addirittura settimane. Le persone che soffrono di dipendenza e che cercano di disintossicarsi, spesso tornano a farne uso per evitare i sintomi dell’astinenza. Tuttavia, tornare a usare oppioidi in un secondo momento può portare a sovradosaggio, perché quella che sarebbe stata una dose standard quando la tolleranza era alta, successivamente può rivelarsi letale.


Dal 1980, le morti accidentali per overdose da oppioidi sono cresciute in modo esponenziale negli Stati Uniti, e anche le dipendenze da oppioidi sono esplose in tutto il mondo. Un grande numero di persone era diventato dipendente dall’Oxycontin dopo essere stato pubblicizzato aggressivamente come farmaco che non dava problemi di dipendenza. Purdue Pharma è stata accusata di aver cercato di trarre profitto curando disagi che lei stessa aveva contribuito a creare in maniera determinante. I Sackler, proprietari di Purdue, hanno continuato a vendere proficuamente OxyContin (4,3 miliardi di dollari proventi tra il 2008 e il 2016), anche dopo un caso nel 2007 in cui Purdue si è riconosciuta colpevole dell'accusa federale di marketing ingannevole e ha patteggiato una multa di 600 milioni di dollari.

L'impero alla fine è crollato. Purdue ha dichiarato bancarotta nel settembre del 2019: la società ha dovuto pagare intorno ai 10 miliardi di dollari e la famiglia Sackler è stata costretta a cedere il controllo della società. Nonostante ciò, gli Stati Uniti e il mondo intero stanno ancora subendo le conseguenze di questa drammatica epidemia: tuttora vengono concentrati sforzi immensi per arginare l'abuso di oppioidi, che uccide quasi 50.000 americani ogni anno per overdose.


Debra Barki



 
 
  • 6 ott 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 14 ott 2020


Problemi di insonnia o difficoltà nell’addormentarsi? Sei in ansia per un colloquio importante? Ti senti stanco ed irritabile?

Quante volte, di fronte a queste problematiche, sentiamo citare farmaci come Xanax o dell’Ansiolin? Ma quanti di noi sanno cosa realmente contengano questi medicinali e le reazioni avverse che questi possono dare?

Oggi parleremo delle benzodiazepine, ossia una classe di farmaci comunemente prescritti per il trattamento di disturbi d’ansia e del sonno e per questo generalmente definiti come “ansiolitici ed ipnotici”. In accordo con i dati AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, l’utilizzo di questi sedativi è in continuo aumento, con un consumo di circa 50 DDD*/1000 abitanti nel 2017. Proprio per questo motivo, è di primaria importanza conoscere al meglio le caratteristiche dei principi attivi benzodiazepinici, le modalità di utilizzo, i loro effetti collaterali e la loro pericolosità in caso di abuso.


*DDD = defined daily dose.



1. Effetti ipno-sedativi ed ansiolitici


Farmaci benzodiazepinici come il Lexotan (bromazepam), il Tavor (lorazepam) e il Valium (diazepam), utilizzati a basse dosi, riducono l’iperattività del paziente e ne moderano l’eccitazione. Vengono somministrati principalmente per contrastare i disturbi del sonno, ossia una serie di manifestazioni che conducono ad una difficoltà nel mantenere e/o iniziare il sonno, dando poi al risveglio la sensazione di “non riposo”.

In particolare, questi farmaci vanno a diminuire il tempo di addormentamento e le fasi del sonno in cui si concentrano incubi ed episodi di pavor nocturnus. Un’ulteriore importante effetto consiste nella riduzione del sonno REM, che comporta una diminuzione del numero di risvegli durante la notte e una sensazione complessiva di sonno ristoratore al risveglio. L’effetto ansiolitico, ottenuto per azione delle benzodiazepine a livello del Sistema Nervoso Centrale, promuove ulteriormente il riposo notturno. La terapia dell’insonnia e quella ansiolitica prevedono l’utilizzo di benzodiazepine a lunga durata di azione (definito come l'intervallo di tempo tra l'inizio e la fine degli effetti terapeutici di un farmaco) che possono essere utilizzate per periodi più protratti senza la problematica dello sviluppo della tolleranza.


2. Effetto anticonvulsionante e miorilassante


Le benzodiazepine possono essere utilizzate anche nel trattamento di varie forme di epilessia, un disturbo neurologico caratterizzato dalle “crisi epilettiche”, ossia convulsioni anomale e involontarie che si manifestano improvvisamente. In particolare, diazepam e clonazepam sono i farmaci benzodiazepinici cardine per trattare questo morbo. Triazolam ed oxazepam possono invece essere utilizzati per il trattamento di convulsioni associate alla sindrome di astinenza da alcool mentre si fa ricorso al diazepam (in dosi leggermente più elevate) per disturbi neurologici minori caratterizzati da spasticità muscolare.


3. Effetti collaterali


Come per ogni principio attivo, anche quello benzodiazepinico è associato a degli effetti collaterali indesiderati proporzionali alla dose assunta.

Tra questi ricordiamo l’amnesia anterograda, particolarmente pericolosa negli anziani, la quale porta il paziente a dimenticare tutto ciò che avviene a seguito dell’assunzione del farmaco. Le benzodiazepine hanno effetti importanti anche a livello della respirazione in quanto, ad alte dosi, si comportano come sedativi del SNC, andando a deprimere la ventilazione polmonare. Per questo motivo è importante non associare questi attivi con altri deprimenti del sistema nervoso centrale, quali alcool, antidepressivi o antistaminici.

Altre problematiche riscontrare sono legate ad effetti sul sistema cardiovascolare, con diminuzione della pressione sanguigna ed aumento della frequenza cardiaca, e sul tratto gastrointestinale, con diminuzione della secrezione gastrica notturna.

L’assunzione incontrollata delle benzodiazepine, che si traduce in un aumento della dose giornaliera da parte del paziente e/o in una variazione dei tempi prestabiliti dalla posologia indicata dal medico comporta due gravi problematiche: lo sviluppo di tolleranza e la dipendenza. Nel primo caso, si ha una sorta di adattamento dell’organismo, il quale si va ad “abituare” alla presenza del medicamento in circolo. A causa dello sviluppo della tolleranza, il paziente è spinto ad assumere dunque una maggiore dose di farmaco al fine di far scaturire l’effetto fisiologico. Nel caso ancor più grave della dipendenza, il paziente sente il bisogno fisico irrefrenabile e costante di assumere il farmaco al fine di consentire un “comportamento corretto” dell’organismo. Infatti, se questo bisogno non viene soddisfatto, il paziente va incontro alla cosiddetta sindrome d'astinenza, caratterizzata da sintomi decisamente spiacevoli. Questo comportamento sfocia nella situazione patologica quando l’individuo non è più in grado di assumere il controllo della situazione.

Daphne Romani



Fonti


1. https://www.aifa.gov.it/-/trend-consumo-psicofarmaci-in-italia-2015-2017

2. https://it.wikipedia.org/wiki/Benzodiazepine

3. Charles E. Griffin, III, MD, Adam M. Kaye, Pharm D, Franklin Rivera Bueno, MS, and Alan

D. Kaye, MD, PhD. Benzodiazepine Pharmacology and Central Nervous System–Mediated

Effects. Ochsner J. 2013 Summer; 13(2): 214–223.

4. David S Baldwin 1, Katherine Aitchison, Alan Bateson, H Valerie Curran, Simon Davies,

Brian Leonard, David J Nutt, David N Stephens, Sue Wilson. Benzodiazepines: risks and

benefits. A reconsideration. J Psychopharmacol. 2013 Nov;27(11):967-71

5. https://mountainside.com/blog/drug-addiction/the-rise-of-xanax


 
 
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