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Il mare. La più grande fonte pulsante di biodiversità del pianeta, purtroppo spesso guardata con poca consapevolezza della sua importanza e, al tempo stesso, fragilità. Oggi ci soffermeremo piuttosto su come, da questo ricettacolo evolutivo della vita, la ricerca medica-farmacologica abbia trovato un vero e proprio punto di riferimento. No, non ci sono ricercatori palombari che testano i pesci ago per fare iniezioni, oppure primari che mettono alla prova i pesci chirurgo per renderli validi assistenti di sala operatoria; ma non si sa mai, potrebbero essere delle buone idee per il futuro!


Un concetto che sembra un po’ un cliché che riassume a grandi linee l’evoluzione è, parafrasando, “adattati o schiatti!”. Nonostante ci sarebbe da trattare per ore questo argomento, effettivamente un buon fondo di verità c’è. Per colonizzare stabilmente e sopravvivere in un ambiente ricco di organismi viventi, nel corso dell’evoluzione le varie specie sono state necessariamente selezionate grazie a caratteristiche uniche e che le hanno favorite rispetto ad altre. Tra queste unicità c’è lo sviluppo di metaboliti secondari, ovvero molecole non essenziali ma necessarie per svolgere le funzioni più disparate, dalla competizione fra specie alla prevenzione di infezioni e/o patologie. Ed è qui che si sofferma volentieri l’attenzione dei ricercatori. Nel momento in cui la molecola può avere delle proprietà di interesse medico-farmacologico, si definisce più propriamente come “natural compound” (o più semplicemente, per non fare troppo gli anglofoni, “sostanze naturali”). Un primo esempio molto promettente è l’amfidinolo-2 (AM2), un metabolita isolato dal dinoflagellato Amphidinium carterae (una microalga facente parte della comunità planctonica).


Diversi studi hanno osservato come questa molecola sia in grado di esercitare una efficace e selettiva attività citotossica nei confronti di linee cellulari di cancro e carcinoma del colon umano, così come anche per cellule di carcinoma mammario. Ciò avviene attraverso un riconoscimento preferenziale di membrane cellulari a un basso contenuto di steroli, cioè una particolare categoria di lipidi (come ad esempio il colesterolo). Ma come riesce l’AM2 a riconoscerle? Semplice: sfrutta come bersaglio alcune regioni della membrana in cui si concentrano questi lipidi (chiamate per l’appunto “zattere lipidiche”). A questo punto può indurre in modo specifico l’apoptosi delle sole cellule neoplastiche.


“Ok, tutto bellissimo, ma cosa spingerebbe ad investire in queste minuscole alghe per creare nuove terapie?” potreste domandarvi. Beh, i costi ridicoli nella coltivazione dell’organismo (e quindi anche nel produrre la molecola stessa) sarebbero già un aspetto da non trascurare, ma anche la possibilità di aggirare la farmaco-resistenza delle cellule tumorali a molti chemioterapici attualmente utilizzati è di certo altrettanto importante. Non ve lo aspettavate da questo piccoletto, eh?


Morfologia delle cellule di Amphidinium carterae

Passiamo invece al gruppo di organismi considerato come la miniera d’oro dei natural compounds marini (alcuni dei quali attualmente commercializzati, dopo alcune modifiche molecolari), i Poriferi, ovvero le spugne. Nonostante siano organismi estremamente primitivi, la loro sopravvivenza fino ad oggi la devono proprio alla biosintesi di metaboliti ad azione terapeutica, ritagliandosi così un piccolo posticino nel grande “disegno” dell’evoluzione.


L’halicondrina B ne è un esempio: questo macrolide, isolato a partire dalla spugna giapponese di profondità Halichondria okadai, è in grado di inibire la polimerizzazione della tubulina durante il processo mitotico nelle cellule tumorali. Ad oggi l’analogo prodotto di sintesi chimica, ovvero l’eribulina (sotto il nome commerciale di Halaven), viene usato in terapie per le metastasi al seno.


Altrettanto sorprendente è l’azione della spongouridina, un nucleoside con una particolare propensione a ritorcersi contro i virus. Ma andiamo con ordine: cos’è un nucleoside? Semplicemente è l’insieme di zucchero e base azotata contenuti all’interno di un nucleotide, che invece rappresenta uno dei tantissimi “mattoncini” che formano il DNA e/o RNA. Dal momento che la spongouridina ha una struttura molto simile al nucleoside uridina, le particelle virali inizialmente la inseriscono nelle catene nascenti di DNA o RNA da usare come stampo per replicarsi. Questo potrebbe far pensare quindi che il nostro composto di origine spongina possa essere un valido elemento nel “malvagio” piano di conquista dell’organismo da parte del virus. Al contrario! Infatti interpreta, come in ogni thriller poliziesco che si rispetti, il classico ruolo dell’agente sotto copertura. La spongouridina è in grado di inibire la replicazione virale perché, pur essendo molto simile, non è completamente identica all’uridina: di conseguenza non potrà essere letta correttamente dalle polimerasi sfruttate dal virus, interrompendo la creazione di nuove progenie. Dopo essere stata scoperta nella spugna caraibica Tethya crypta, con opportune modifiche la molecola viene commercializzata come Aciclovir® (comunissimo antivirale impiegato nel trattamento dei fastidiosi herpes).


Sponge Guide (Universidad Nacional de Colombia) – Tethya crypta

Affacciamoci ora invece alla cronaca attuale


Sin dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2, si è vista una sempre più pressante dipendenza dei pazienti dalle apparecchiature in terapia intensiva. Il motivo? Si è evidenziato, grazie ad alcuni studi, che i pazienti gravemente colpiti dalla COVID-19 soffrano di una significativa diminuzione delle concentrazioni di emoglobina (Hb), andando a compromettere l’efficienza di ventilazione dei tessuti da parte dei globuli rossi (i quali trasportano al proprio interno, attraverso la circolazione, l’Hb). Ciò sta spingendo la ricerca a sviluppare delle soluzioni, tra cui alcuni studi sul verme marino Arenicola marina! Sì, avete letto bene, proprio un verme!


L’A. marina possiede una particolare emoglobina, detta anche Hemarina M101, che presenta a sua volta alcune proprietà uniche rispetto a quella dei vertebrati (come l’uomo): oltre a poter trasportare una quantità molto maggiore di ossigeno, l’M101 può svolgere anche una funzione antiossidante grazie al gruppo metallico rame-zinco presente al suo interno. Ciò permette di proteggere i tessuti dai danni cellulari, a livello di membrana e DNA, da parte di specie radicaliche. Ad aumentare l’efficienza di ventilazione da parte dell’emoglobina del nostro vermetto, vi è da considerare che si tratta di un trasportatore respiratorio extracellulare. Beh, e come migliorerebbe la situazione?” potreste chiedervi. Essendo molto più piccola dei globuli rossi in cui è contenuta l’Hb umana, la M101 può diffondere facilmente anche nella microcircolazione. Inoltre, la capacità di operare a temperature molto variabili, la renderebbe anche un valido trasportatore respiratorio da usare durante le perfusioni di organi trapiantabili, mantenendo quindi integre le funzioni di quest’ultimi. Che dire, se questo studio andasse a buon fine, sarebbe letteralmente rivoluzionario per la medicina!


WoRMS (World Register of Marine Species) – Arenicola marina

La natura marina perciò non è solamente una potente ma fragile fonte di biodiversità, che ammiriamo per il suo fascino e che siamo chiamati a salvaguardare. È allo stesso tempo anche una fonte illimitata di possibilità e alternative che, spesso e volentieri, funzionano meglio di ciò che abbiamo scoperto o ideato in secoli e secoli di innovazione. Quindi la ricerca sempre più crescente di risposte nella natura, anche per problemi apparentemente impensabili, può diventare un tassello molto importante per la medicina e non solo. Basta solo sapere dove cercare e avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai!


Marco de “La Rotta dello Zefiro”


 
 
  • 25 mag 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Dall’inizio della pandemia, di strada ne è stata fatta molta; basti pensare a come fosse difficile, all’inizio di marzo 2020, sottoporsi ad un tampone e come oggi, invece, diagnosticare l’infezione risulti molto più semplice, grazie ai tanti tamponi molecolari che siamo in grado ormai di processare quotidianamente e alla facilità con cui ci si può sottoporre ad un tampone antigenico.

Le sperimentazioni circa nuovi modi per ottimizzare al massimo le tempistiche di diagnosi infatti proseguono velocemente. Per esempio, in Italia è da poco iniziata la sperimentazione di un metodo che sfrutta l’olfatto dei cani per diagnosticare la Covid-19: questo metodo specifico si inserisce nella più generale diagnostica olfattiva, che, come suggerisce il nome, prevede l’utilizzo dell’olfatto per la diagnosi di particolari malattie. Questo è possibile proprio perché alcune malattie possiedono marker olfattivi caratteristici che ne permettono il riconoscimento. Tali marker sono infatti tipici di alcuni stati patologici, i quali alterando e il metabolismo del nostro corpo, fanno sì che le cellule rilascino delle sostanze specifiche tramite il sudore o il respiro: per l'appunto i marker olfattivi.

Negli ultimi anni del XX secolo sono state sviluppate varie tecniche diagnostiche basate sull’impiego di nasi elettronici (ne avevamo parlato su MadaMagazine l’anno scorso) e sull’utilizzo di cani opportunamente addestrati al riconoscimento olfattivo di campioni biologici nell’ambito dello screening, ad esempio oncologico. Ovviamente però, qualsiasi diagnosi di tumore deve essere oltre che affidabile anche molto specifica. Di conseguenza, parlando di cancro, i nostri amici a quattro zampe non possono essere utilizzati da soli come strumento diagnostico. Il naso degli animali, e di certe razze di cani in particolare come i pastori tedeschi, possiede un gran numero di recettori olfattivi specializzati: nello specifico, sono circa 220 milioni di recettori contro i 5 milioni di un naso umano.

Alla luce della ricerca sulla diagnostica olfattiva,e quanto da noi conosciuto, è nata dunque l’idea di sfruttare il fiuto canino per la diagnosi del Covid-19. Finora in Europa sono stati effettuati due studi di laboratorio per la rilevazione della Covid-19 con cani addestrati. Il primo, realizzato della École Nationale Vétérinaire d'Alfort e dell’Université Paris Est, ha ottenuto un tasso di rilevazione esatta tra l’83 e il 100% con l’utilizzo di campioni di sudore. Il secondo, della Università di Hannover e Amburgo e dal Central institute of medical service delle Forze armate della Germania, ha ottenuto un tasso medio di rilevazione esatta del 94 %, utilizzando campioni di saliva.


Il progetto di ricerca è dunque partito da poco anche presso il Drive In del Policlinico universitario del Campus Bio-Medico di Roma; come è organizzata però questa sperimentazione?

Si è partiti con un trial della durata di quasi due mesi, durante i quali i cani sono indirizzati al riconoscimento della presenza del virus attraverso specifiche tecniche di addestramento; da protocollo infatti l’animale entra in contatto con campioni contenenti il sudore di pazienti Covid-19 positivi, che vengono fatti annusare accuratamente, al fine di addestrare l’animale al riconoscimento di nuovi campioni. In seguito poi, alla fine di questi due mesi, il progetto proseguirà con altre quattro/sei settimane di sperimentazione grazie alla collaborazione di pazienti volontari che effettuano tamponi presso il Drive-In del Campus Bio-Medico. Parallelamente a questo, il laboratorio eseguirà il test molecolare naso-faringeo per verificare l’efficienza dei cani nella diagnosi.


Questo porterebbe ad una vera e propria svolta da un punto di vista diagnostico, andando ad ottimizzare di molto il tempo della diagnosi. Un cane ben addestrato potrebbe impiegare circa 10 secondi nella rilevazione del virus mentre un tampone rapido ci mette circa 15 minuti. Per non parlare poi del tampone molecolare che impiega minimo 3 ore per l’analisi. Ciò che ci si augura infatti è di poter utilizzare i cani nell’attività di screening all’interno di grandi eventi o semplicemente negli aeroporti o all’ingresso della stazione, dei cinema e magari anche dei teatri con l’obiettivo di far ripartire la vita anche negli ambiti che sono più spesso frequentati. L’utilizzo dei cani potrebbe portare ad una forte velocizzazione del tempo oltre che una diminuzione delle spese e una migliore organizzazione ed efficacia dei controlli.


Giorgia Calò

 
 
  • 8 apr 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 8 mar 2021

In questo periodo la disinformazione e le fake news riguardanti vari aspetti del nuovo Coronavirus dilagano indisturbati nel web. Da molti giorni girano su internet anche presunte “ricette” per creare disinfettanti fai da te in sostituzione ai prodotti certificati ormai andati a ruba. Purtroppo molti di questi siti web riportano le ricette in modo sbagliato a causa di un’errata interpretazione delle linee guida esplicitate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la preparazione di disinfettanti che sono indirizzate esclusivamente a produttori locali autorizzati. Come risultato, molte delle preparazioni casalinghe possono risultare inefficaci o addirittura pericolose per l’uomo, con conseguente rischio di intossicazione.


La pericolosità di questi rimedi "fai da te" è dovuta principalmente a due aspetti: la prima riguarda la natura chimica delle sostanze utilizzate, che sono altamente infiammabili e corrosive per la pelle; la seconda riguarda il corretto utilizzo dei reagenti da parte dell’utente e la mancata disposizione di apposite misure precauzionali. In commercio sono disponibili due tipologie di disinfettanti autorizzati: uno per la cute integra e uno per le superfici. Generalmente, il primo è a base di etanolo (alcol etilico 70-80%), il secondo a base di sodio ipoclorito (la nota candeggina).


Molte delle preparazioni casalinghe possono risultare inefficaci o addirittura pericolose per l’uomo, con conseguente rischio di intossicazione

Tuttavia, a causa del fenomeno di “isteria collettiva” collegato all’emergenza sanitaria in corso, non sempre i prodotti certificati sono reperibili nei supermercati o nelle farmacie a noi più vicine, e non potendo effettuare lunghi spostamenti, l’utilizzo di prodotti casalinghi per la sanificazione delle superfici diventa una via percorribile.

In questo articolo descriveremo le linee guida da applicare per un corretto utilizzo delle sostanze in questione e cercheremo di riportare in modo dettagliato ed accurato i procedimenti per la preparazione autonoma di soluzioni disinfettanti, al fine di evitare potenziali effetti negativi sulla salute.


Quali sono i reagenti chimici realmente efficaci?


Recenti studi hanno mostrato che il virus SARS-CoV-2 può essere inattivato nel giro di un minuto da soluzioni alcoliche al 70%, da soluzioni di perossido di idrogeno 0.5% o ipoclorito di sodio 0.1%. Per quanto riguarda l'inattivazione termica, l’OMS ha riportato che è sufficiente un’esposizione a 56 °C per almeno 30 minuti.


Quando vanno utilizzate le soluzioni disinfettanti fai da te?


I tempi di sopravvivenza del virus su alcune superfici possono arrivare fino a giorni, ma difficilmente la carica infettiva raggiunge valori che richiedano una disinfezione sistematica di tutto ciò che viene in contatto con il mondo esterno e con le altre persone. Norme igieniche severe devono essere applicate in ambito sanitario, ma negli ambienti domestici è sufficiente essere un po’ più scrupolosi del solito per ridurre il rischio di portarsi a casa il virus. È sufficiente quindi sanificare le superfici che più frequentemente ricevono un contatto con l’esterno.

  • Ambienti e superfici di passaggio esterno-interno di casa: pavimenti, le superfici di eventuali tavolini portaoggetti, chiavi e maniglia della porta d’ingresso, corrimano, pavimento, pianerottolo, superfici del citofono e campanello, interruttori.

  • Superfici sensibili e apparecchiature: Per disinfettare superfici sensibili come ad esempio la tastiera del computer, smartphone, auricolari e microfoni, la soluzione migliore è di passarci sopra un panno inumidito con prodotti a base di alcol o candeggina.

  • Utilizzo dell’automobile: maniglie di apertura esterne ed interne e tutte le superfici di frequente contatto con le mani (freno a mano, volante, quadro radio, ecc…).

  • Acquisto beni di prima necessità: non introdurre la busta della spesa in casa, lasciare all’ingresso e trasferire le confezioni una alla volta. Sanificare a fondo con le soluzioni indicate (meglio etanolo e perossido di idrogeno) tutte le confezioni CHIUSE prima di introdurle in cucina. Per frutta e verdura è sufficiente un lavaggio con acqua corrente.



In quali situazioni si può applicare la tecnica di sterilizzazione mediante calore?

L'inattivazione termica può tornare utile per la pulizia di quegli oggetti che potrebbero rovinarsi in seguito al trattamento con le sostanze chimiche sopraindicate oppure per la pulizia di biberon, ciucci e giocattoli destinati a bambini e neonati. Nel caso in cui ci dovessimo trovare a sterilizzare degli abiti, a causa di contatti ravvicinati con persone infette, bisogna impiegare delle temperature di lavaggio alte (60°C) oppure l’utilizzo di detersivi a base di candeggina classica (da considerare in base al capo da trattare).


Quali sono le misure precauzionali da impiegare quando si preparano i disinfettanti “fai da te”?


L’ipoclorito di sodio è irritante per pelle, naso e occhi, mentre l’alcol è pericoloso perché altamente infiammabile. E' quindi opportuno prendere precauzioni durante la preparazione di queste soluzioni casalinghe, indossando protezioni personali quali guanti e occhiali (per proteggersi da eventuali schizzi di candeggina). È bene arieggiare le stanze, sia durante che dopo l’uso dei prodotti per la pulizia, per evitare possibili intossicazioni. Una volta preparati i disinfettanti, è buona pratica applicare delle etichette di riconoscimento alle bottiglie, che non devono in nessun caso rimanere in giro per la casa in forma anonima alla portata di bambini o animali.


Un comune e pericoloso errore nelle preparazioni "fai da te" domestiche è quello di miscelare prodotti diversi. Per riportare un esempio, l’ipoclorito di sodio, se mescolato ad ammoniaca o acidi (altri detergenti per la casa), può sviluppare come sottoprodotto cloro gassoso che ha effetto soffocante ed è altamente tossico.


Gli agenti disinfettanti per la persona devono essere utilizzati con attenzione per evitare che le pratiche di igiene non alterino la superficie della cute ed affinché il ruolo di barriera non venga compromesso. Il lavaggio troppo frequente, oppure con eccesso di detergente, può infatti causare delle lacerazioni agli strati dell’epidermide con minore capacità da parte di esse di trattenere l’acqua. Il risultato è una secchezza della cute associata a dermatite, e nei casi più gravi, ad infezione da parte di agenti infettivi che entrano attraverso le fessurazioni provocate dalla disidratazione.


Di seguito, alcune semplici "ricette" da preparare tranquillamente in casa seguendo le linee guida appena discusse.










Shirley Genah

 
 
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