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Il governo israeliano ha deciso di stanziare un fondo di 45 milioni di sicli israeliani per affrontare il disastro ambientale marino avvenuto lo scorso 17 febbraio, quando innumerevoli pezzi scuri di catrame si spargevano sulla sabbia e sulla costa rocciosa.


Questo disastro ambientale si pensa sia stato causato da un’immensa fuoriuscita di petrolio a ridosso della costa israeliana. La contaminazione da catrame sembra aver colpito 160 dei 195 chilometri della costa mediterranea del paese, raggiungendo persino le coste meridionali del Libano.


I 45 milioni di sicli israeliani stanziati, che corrispondono a oltre 11 milioni e mezzo di euro, circa 63 mila euro per ogni chilometro di costa contaminato, a primo impatto potrebbero sembrare una cifra spropositata;una volta capita la gravità dell’evento, però, questo stanziamento non appare più così impressionante.


La causa di questo incidente è stata molto discussa nelle ultime settimane. La Ministra della Protezione Ambientale israeliana, Gila Gamliel, dopo le prime indagini, ha dichiarato il sospetto che la fuoriuscita provenisse da una nave cisterna, proprietà di una compagnia libica, che trasportava petrolio iraniano in violazione delle sanzioni. L’Iran non ha commentato l’accaduto e i sospetti non sono ancora stati ufficialmente confermati, ma, se così fosse, questa azione potrebbe essere considerata un vero e proprio attacco ambientale.


Sebbene non siano ancora noti i responsabili, già nei giorni immediatamente seguenti migliaia di volontari, sotto la guida del Ministero della Protezione Ambientale, si sono attivati per rimuovere dalla spiaggia le circa 1200 tonnellate di materiali contaminati dal catrame (sabbia, rocce, plastica, legno, alghe e conchiglie), al fine di trasportarle in appositi impianti di trattamento biologico.


Ma in cosa consiste effettivamente la pericolosità di una contaminazione dell’acqua da petrolio?


In poco tempo, le macchie di petrolio che galleggiano sull'acqua perdono la loro componente leggera che evapora nell'atmosfera, la loro viscosità aumenta e diventano catrame. Il catrame è un materiale molto viscoso di colore nero o marrone, costituito da composti organici pesanti e non volatili, è insolubile in acqua e molto appiccicoso. Queste caratteristiche lo rendono un considerevole pericolo per l’ambiente marino: può coprire superfici rocciose che fungono da habitat per molte creature e persino avvolgere gli animali stessi. Particolarmente sensibili sono gli animali che si interfacciano con la superficie dell’acqua, come gli uccelli e le tartarughe marine, entrando in contatto diretto con le macchie di petrolio presenti in superficie.


Quando le quantità di catrame sono particolarmente elevate, i fumi possono anche essere tossici. Infatti, qualche volontario ha riportato di non essersi sentito bene dopo una lunga esposizione ai fumi durante le pulizie.


Oltre ai danni immediati alla fauna e flora marina, le perdite di petrolio e catrame comportano danni a lungo termine non meno significativi. Il principale è il rilascio di sostanze tossiche per l'ambiente, che continuano ad essere emesse dai grumi di catrame per anni. L'elevata tossicità è dovuta, tra le altre cose, ai composti idrocarburici aromatici anulari (idrocarburi aromatici policiclici, in breve IPA). Sono così chiamati perché gli atomi di carbonio in essi contenuti sono disposti nelle strutture degli anelli e una delle loro proprietà è un odore pronunciato. La loro elevata tossicità è dovuta al fatto che la loro struttura molecolare è molto simile a quella di uno dei componenti del DNA. A causa di ciò, questi composti sono in grado di penetrare nella molecola del DNA e interrompere i suoi processi di replicazione nelle cellule. Negli esseri umani, è stato riscontrato che l'esposizione agli IPA aumenta significativamente il rischio di sviluppare cancro e malattie vascolari, oltre a compromettere lo sviluppo fetale.


Quando le quantità di catrame sono particolarmente elevate, i fumi possono anche essere tossici.

C’è un’ulteriore preoccupazione per Israele, data dal fatto che una fuoriuscita di petrolio sia un danno significativo anche per le risorse di acqua. Circa due terzi dell’acqua potabile di Israele proviene da risorse sotterranee (falde acquifere); l'infiltrazione di agenti inquinanti nel suolo, causata dalla contaminazione da catrame col passare del tempo, e il conseguente inquinamento delle falde acquifere potrebbe essere pertanto molto critico e richiedere trattamenti supplementari costosi per la purificazione dell’acqua.

Un’altra importante risorsa d’acqua per il paese è l’acqua marina. Infatti, Israele si approvvigiona di acqua anche grazie alla desalinizzazione, tecnica fulcro per la fornitura di acqua potabile in paese particolarmente arido e desertico come è Israele. Una fuoriuscita di petrolio nel mare pone un’importante complicanza nei processi di filtrazione. Infatti, le membrane a osmosi inversa, tipicamente usate per separare il sale dall’acqua, potrebbero ostruirsi con molta facilità e aumentare significativamente i costi di manutenzione.


Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riconosciuto la gravità della situazione: “Dobbiamo agire rapidamente prima che penetri nel terreno, soprattutto nelle zone rocciose. Altrimenti, questo danno rimarrà con noi per molti anni” ha dichiarato. E ha aggiunto: “Questo aiuto finanziario aiuterà a salvare e proteggere le nostre spiagge. Proteggeremo il nostro ambiente".


Debra Barki

 
 
  • 23 mar 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 mag 2021

Mai come in questo periodo storico ci troviamo a far fronte alle conseguenze del rapporto millenario tra l’uomo e la Terra. Abbiamo fondato il nostro schema produttivo sulle risorse del pianeta, adottando un modello lineare: estrazione della materia prima, trasformazione in prodotto, utilizzo e smaltimento.


L’estrazione minerale ha origini antichissime: nel lontano 3000 a.C. gli antichi egizi erano soliti inviare spedizioni minerarie al fine di estrarre turchese e rame dal sud Sinai, ammaliati dai gioielli e dagli oggetti ornamentali che si potevano ricavare da queste pietre. E seguivano il modello lineare sopra enunciato.

La domanda sorge quindi spontanea: dopo migliaia di anni questo procedimento produttivo è ancora sostenibile? Purtroppo no, e in questo articolo vedremo le ragioni del perché.

Questo modello, oltre ad essere estremamente dispendioso economicamente e a generare un grande accumulo di rifiuti, non è applicabile sul lungo periodo in quanto le materie prime non sono una risorsa inesauribile. Da qui nasce l’esigenza di un approccio alternativo che miri a una maggiore sostenibilità ambientale: lo schema produttivo circolare. L’idea alla base dello schema circolare è quella di riqualificare i rifiuti, trattarli al fine di dare loro nuova vita, generando materie prime “secondarie” che vadano ad alimentare la produzione, affiancandole alle materie prime “primarie”.

Le risorse del pianeta non sono infinite

Le fonti per ottenere tali materie prime secondarie non sono altro che i rifiuti e scarti e sottoprodotti di lavorazioni industriali. Una categoria particolarmente interessante è rappresentata dai cosiddetti rifiuti tecnologici: essi comprendono rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) come per esempio grandi e piccoli elettrodomestici (frigoriferi, forni a microonde) e apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni (computer, cellulari) e le batterie, (escluse le piombo acido per le quali risulta più efficiente un altro tipo di processo di recupero già consolidato). Tali rifiuti sono costituiti principalmente da metalli quali ferro, alluminio, rame e in concentrazioni inferiori nichel, cromo, stagno e zinco e plastiche come polietilene, polistirene e polipropilene..

Considerando la composizione di questi rifiuti, appare evidente come una loro erronea gestione sia pericolosa per l’ambiente e per l’essere umano. I metalli presenti nei rifiuti tecnologici sono infatti tossici, non biodegradabili e si bioaccumulano negli organismi viventi, ovvero penetrano nei tessuti degli organismi con cui entrano in contatto tramite acqua e cibo, risalendo la catena alimentare fino all’uomo. I rifiuti tecnologici, pur rappresentando circa il 2% in peso di tutti i rifiuti prodotti, secondo Legambiente costituiscono il 70% dei rifiuti pericolosi.

Questo dato appare ancor più preoccupante se si pensa che i rifiuti tecnologici rappresentano la categoria di rifiuti con la più veloce crescita nel mondo, che ha visto un aumento negli ultimi anni passando secondo l’European Environment Agency dai 34 milioni di tonnellate nel 2010 ai 54 milioni di tonnellate nel 2019. Tale drammatico incremento è da attribuirsi all’aumento dei consumatori e al rapido avanzamento tecnologico, ed è destinato a crescere ulteriormente.


I rifiuti tecnologici costituiscono un'enorme percentuale dei rifiuti tossici

A questo punto ci si potrebbe chiedere: i rifiuti tecnologici sono solo un problema? La risposta è no. Infatti i rifiuti tecnologici rappresentano anche una potenziale risorsa, dal momento che contengono percentuali di metalli critici e preziosi superiori rispetto a quelle presenti nei minerali (se contenessero metalli diversi o concentrazioni più basse di metalli preziosi non si potrebbero considerare una risorsa), non necessitano di attività di estrazione o pretrattamento e dopo la raccolta sono direttamente disponibili per l’estrazione dei metalli stessi. Ciò è di particolare interesse economico, in quanto in Europa le materie prime primarie sono ormai esigue e in via di esaurimento. Infatti, l’Europa è ancora totalmente dipendente da fonti extraeuropee per alcune materie prime di fondamentale importanza per le attività industriali, le tecnologie moderne e l’ambiente come la produzione di hard disks, schede di circuiti stampati, schermi a cristalli liquidi e pannelli fotovoltaici, i quali richiedono tutti l’utilizzo di materie prime critiche. Va da sé che riuscire ad ottenere questi metalli preziosi e critici per l’economia europea dal trattamento ottimizzato dei rifiuti tecnologici rappresenterebbe una svolta epocale, perché renderebbe l’Europa indipendente per una buona parte del suo fabbisogno.


Attualmente i rifiuti tecnologici contenenti i metalli vengono trattati insieme a materie prime primarie nei processi pirometallurgici. Tali processi ad alta temperatura operabili solo su larga scala si associano a produzione di gas serra e altre emissioni gassose nocive. Un’alternativa sicuramente più sostenibile, da un punto di vista ambientale, è rappresentata dai processi idrometallurgici, che consentono di recuperare tutte le componenti dei rifiuti con un basso impatto ambientale e una fattibilità in termini economici anche su media scala. Questi presentano però limiti tecnologici nelle sezioni di pretrattamento e separazione dei rifiuti, i quali, a causa della loro eterogeneità, generano complessità che rende il processo troppo costoso in relazione al volume attuale ricavato dal riciclaggio dei rifiuti tecnologici. La strategia da adottare per tutelare l’ambiente e svincolarsi economicamente dalle risorse extraeuropee dovrebbe quindi mirare all’investimento su processi industriali e tecnologie capaci di trattare in maniera efficace e sostenibile i rifiuti tecnologici, aumentare i target di raccolta e riciclo e migliorare il controllo e la gestione dei rifiuti che spesso finiscono in schemi di raccolta non ufficiali, seguendo flussi illeciti di esportazione e trattamento.

L’idea alla base dello schema circolare è quella di riqualificare i rifiuti, trattarli al fine di dare loro nuova vita

Purtroppo, nonostante la presenza di normative europee che stabiliscono i target di raccolta e riciclo dei rifiuti tecnologici, la realizzazione di una filiera produttiva basata sul riutilizzo dei rifiuti riscontra ad oggi una moltitudine di ostacoli e appare molto limitata.


Da qui nasce il bisogno di sensibilizzare l’opinione pubblica. Ènormale sentirsi impotenti dinanzi all’entità di un problema così complesso, ma non lo siamo. In quanto cittadini e consumatori abbiamo il dovere di responsabilizzare su questa missione cruciale i governi, le imprese e noi stessi. Parliamone: la raccolta dei rifiuti parte dalle nostre case, ed è pertanto necessario collaborare affinché la gestione sia più efficiente, segnalare quindi i disservizi e scegliere prodotti realizzati con materiali riciclati.


Micol Di Veroli

 
 
  • 22 dic 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Tranquilli; se farete mai un viaggio al Polo Nord il vostro orologio continuerà a girare allo scorrere delle ore. Quello che potrà essere però complicato sarà relazionarvi con i fusi orari nel mondo.


Oggi vi racconteremo una storia curiosa, dove il protagonista sono le lancette del nostro orologio e le convenzioni alla base di come teniamo traccia delle ore che passano: i fusi orari.


Lo faremo attraverso un episodio successo all'interno del progetto Mosaic (Multidisciplinary Drifting Observatory for the Study of Arctic Climate - Osservatorio multidisciplinare per lo studio della deriva del clima artico), studio iniziato lo scorso 20 settembre 2019, e ad oggi la più grande missione di ricerca nell'Artico.


Cosa è successo


Nell’ambito di questa missione la nave RV Polarstern, con a bordo uno staff di oltre 100 persone provenienti da paesi diversi, si è fatta intrappolare dal ghiaccio per condurre delle ricerche scientifiche su quest’ultimo e sul cielo polare. L’Artide è infatti costituito principalmente da masse di ghiaccio, dette banchise, che si muovono e che ciclicamente si sciolgono e si solidificano.


Durante la missione, la Polarstern è stata supportata da un’altra nave rompighiaccio, la Akademik Fedorov, che aveva la funzione di rifornire periodicamente l’equipaggio dei beni necessari alla sopravvivenza.


Fin qui nulla di strano, vero? Non proprio; le due navi infatti, pur trovandosi a pochi metri di distanza l'una dall'altra, avevano due fusi orari diversi.


Ma come è possibile?


L'ora di ogni località terrestre viene calcolata in base al fuso orario di appartenenza, ovvero la zona compresa tra due meridiani successivi. Ai poli convergono tutti e 24 i meridiani che dividono il mondo, rendendo impossibile di fatto definire l’orario di quelle zone. Di conseguenza, ci si potrebbe riferire contemporaneamente a tutti gli orari del mondo e a nessuno. Nello stesso luogo. Nello stesso momento.


Al Polo Nord questo concetto è ancora più marcato per via del costante movimento delle banchine e della mancanza di confini che possano delineare la demarcazione di un fuso orario piuttosto che un altro. Nemmeno basarsi sul sole per stabilire l’ora funzionerebbe, perché esso sorge e tramonta una sola volta l’anno, all’equinozio.


A partire dall’inizio della sua spedizione, la Polarstern ha cambiato più volte il suo fuso orario, e quando la Akademik Fedorov si è agganciata, tra le due c’era qualche ora di differenza.

L’assenza di persone nel raggio di migliaia di chilometri e l’impossibilità di capire l’orario in base alla posizione del sole ha fatto capire sin da subito all’equipaggio come il concetto di tempo, e soprattutto la convenzione del fuso orario, fosse in quel contesto poco sensata.


Così, il capitano della Polarstern ha deciso di adottare una sua personale strategia: ogni settimana, per sei settimane, si tornava indietro di un'ora. Questo per allinearsi via via all’orario di Mosca, utilizzato dalla nave Dranistyl in avvicinamento.


E così, in una sorta di dimensione "senza tempo", sono stati gli esperimenti stessi a scandire il passare delle ore.


E al Polo Sud?


In Antartide la situazione è differente. Il Polo Sud infatti è un continente costituito da terra ferma e abitato da ricercatori. Esistono diverse stazioni di ricerca permanenti, nelle quali si sono create delle vere e proprie “mini nazioni”; infatti, all’interno di ogni struttura, è stato adottato il fuso orario corrispondente al paese che ha costruito la stazione. Quindi, anche in questo caso, passando da una stazione all’altra si possono fare dei “salti temporali” non indifferenti, ma in questo caso le differenze di orario rimangono fisse, considerando anche l’assenza delle banchine.


E voi come gestireste il problema del tempo se vi doveste mai trovare a fare delle ricerche ai due poli terrestri?


Sharon Spizzichino

 
 
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